
All’Arena del Sole, Sala Interaction, Il Teatro Club Udine ha presentato il 5 e 6 maggio scorsi Nati in casa di Giuliana Musso e Massimo Somaglino, con Giuliana Musso e la regia di Massimo Somaglino. Uno spettacolo che ha debuttato nel 2001 a San Leonardo Valcellina (PN) e che dopo il debutto ha avuto un percorso fortunato: dalle comunità friulane e venete alle associazioni di categorie delle ostetriche, a Report, alla Nomination nei Premi Ubu del 2002, al Premio dell’Associazione Nazionale dei critici di Teatro nel 2005. Un lavoro sorretto dal solido mestiere di Giuliana Musso, che modula tutti i toni del vivere plasmando voce e corpo attraverso dolore, angoscia, fatica, attesa. La regia sottolinea con lievi e atmosferiche pennellate di luce il palpitare del sentire, che il pubblico respira insieme con l’attrice senza perdersi mai. Un bel lavoro compatto e intenso, ma tuttavia colpisce e fa riflettere, con preoccupazione in verità, l’assunto ideologico di partenza. Difesa del parto fisiologico, malcelata nostalgia per la nascita in casa, esibizione di dati per comprovare che “si stava meglio quando si stava peggio”. Forse gli autori dimenticano la mortalità infantile e femminile che caratterizzava quegli anni e quei luoghi, o il numero di malformazioni dovute a incidenti al momento della nascita. Forse gli autori non sanno che una delle interpretazioni possibili del numero vertiginoso dei parti cesarei in Italia è lo scarso e poco diffuso uso dell’epidurale (in certe zone d’Italia molte donne lo chiedono per la paura del dolore, oppure viene praticato in donne che non hanno più la forza di spingere, dopo ore di travaglio…) Vogliamo ancora dire che la donna deve soffrire a tutti i costi, durante il parto, perché così proverà un maggiore attaccamento per il bambino? Non è più logico pensare che la nostra cultura cattolica influenzi la percezione di questo problema, con la sua idealizzazione della sofferenza, la sua centralità della figura della madre? La medicina, così come la tecnologia ci sono necessarie per una vita più lunga, più sana. Scegliere di limitare, poiché è impossibile eliminare, la sofferenza durante il parto è un diritto sacrosanto della donna, e la società dovrebbe sostenerla in questo. Così come dovrebbe sostenerla nell’allattamento artificiale, qualora quello al seno non fosse possibile, invece di rimuovere il problema e delegarlo alle scelta, sempre sofferta, delle singole madri. Nello spettacolo si polemizza sul fatto che le ostetriche non vengono pagate quanto i medici, ma è necessario ricordare alle ostetriche che non sono laureate e specializzate, e che dovrebbero limitare il loro ruolo alla sfera delle loro competenze, evitando quella che in alcuni casi diventa una sterile e medievale crociata contro l’ospedalizzazione del parto. Solo chi ha vissuto questa esperienza sa che non c’è nulla di esaltante a soffrire per giorni in una stanza non riscaldata di un casale delle campagne venete, per poi appoggiare un neonato urlante dentro un cassetto perché non c’è a disposizione una culla.
Francesca Migliore
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