
E’ morto da poco più di quindici giorni Robert Rauschenberg, esponente della Pop art, che tra neo-dadaismo ed espressionismo astratto ha plasmato l’immaginario artistico americano ed europeo. Nato nel 1925, vissuto perlopiù a New York, l’artista, come osserva Stefano Miliani in un bell’articolo apparso sull’Unità del 14 maggio scorso, ” ha incarnato un’America che incamera tutto e tutto digerisce e restituisce, senza formalismi, democraticamente aperta a tutto: nei suoi quadri finiscono come in un turbine tanto l’immagine della diva alla Monroe, quanto una sedia, la foto della Nasa dell’astronauta sceso sulla luna e il sapiente gesto pittorico, stesure di colori graffiate, foto e serigrafie.” Considerato insieme a Warhol l’emblema della Pop Art, racchiude nella sua opera guizzi di espressionismo astratto alla De Kooning ma può essere inserito anche nel grande gruppo dei neo-dadaisti, perché nei suoi Combines (cioè combinazioni di pittura e oggetti), dipinti che raccolgono un po’ di tutto, è l’artista che come Duchamp decide che cosa è arte, e arte può essere anche l’oggetto di tutti i giorni, isolato dal suo contesto. I prelievi dalla realtà sono distaccati dal tessuto pittorico con un effetto che volutamente urta lo sguardo. Queste opere fanno meditare attorno alla soglia che separa la pittura dall’oggetto, la finzione dalla realtà. Niente di nuovo oggi, ma negli anni ‘50… pura sovversione. “Culturalmente la pittura di R. andava a braccetto con gli anni ‘60 occidentali”-osserva sempre Miliani-”con quella felice turbolenza letteraria, musicale, sociale e giovanile dei Sixties che culminerà e canterà forse il suo canto finale nel raduno di Woodstock. ” Insieme a Jasper Johns, l’artista è conosciuto anche per le sue frequentazioni: John Cage, profeta della nuova musica, affascinato dalla filosofia zen, l’artista Marcel Duchamp, e il ballerino Merce Cunningham, uno dei maggiori esponenti della danza moderna.
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