Sex and the city (2008)

(Attenzione: svelo qualcosa del finale)

Lascia un po’ perplessi l’operazione compiuta da Sex and the City, caso pressoché unico - ma non unico, mi dicono - di passaggio dal telefilm al film con gli stessi interpreti, gli stessi sceneggiatori e lo stesso regista della serie a qualche anno dall’ultima puntata. Ritroviamo le quattro amiche un po’ spente, flagellate da un inspiegabile anelito al lieto fine che porta soltanto un mucchio di guai. Innanzi tutto è la struttura a risentirne, abbastanza compatta nel primo tempo, si sfliaccia poi in mille rivoli, con lungaggini oziose e poco succo nel secondo. La parabola conclusa del telefilm, con i suoi 25 minuti e la sua moralina alla fine non acquista qui maggiore profondità, anzi si ferma alla superficie, un po’ come se un bel giorno Cechov si fosse deciso a scrivere Guerra e Pace senza nulla di più che il materiale per un racconto di sei pagine. New York, dopo le torri cadute, non è la stessa; al femminismo, come osserva Susan Faludi (Il sesso del terrore, Il nuovo maschilismo americano, Isbn Edizioni) si sostituisce il culto del focolare domestico, e l’orgoglio di essere single, che infondeva tanto ottimismo a noi venticinquenni dell’epoca, si trasforma in una corsa disperata all’ultimo treno. Arrivano i quaranta e allora di corsa al riparo, niente più feste e vernissage, niente più amici di tutti i colori, sono rimasti solo i due vecchi gay che si sono odiati dall’inizio e che in un sussulto di buonismo si baciano in una delle ultime inquadrature. A questo finale lieto per forza verrebbe voglia di sottrarsi, non foss’altro per impedire a Samantha, cinquantenne rientrata nei ranghi che prepara sushi fatto in casa, di mollare il suo troppo giovane Smith al suo destino di successo e di consegnarsi alla menopausa e ai gelati al cioccolato. Tutto il resto è prevedibile, come il tessuto a roselline di organza che Carrie indossa nella scena finale-lo stesso di uno degli ultimi momenti a Parigi dell’ultima puntata della sesta serie. Una piccola delusione per i fans ai quali consiglio tuttavia questa visione, se non altro per rendersi conto di quanto la società americana sia cambiata, tesa a mandare un solo messaggio: nessun luogo è più sicuro della famiglia tradizionale. Forse non è solo la società americana. E gli anni Novanta sono proprio finiti.

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