Archive for Settembre, 2008

Ho qualcosa da dirti - Hanif Kureishi cancella se stesso

 

Convince poco l’ultimo romanzo di Hanif Kureishi, Ho qualcosa da dirti, ed. Bompiani, trad. Ivan Cotroneo.

Lo psicanalista Jamal  è alle prese coi folleggiamenti di una sorella tatuata di mezz’età, Miriam,  e di  una madre che si scopre lesbica a settant’anni, mentre la  ex-moglie  riprende a lavorare dopo una maternità decennale per spendere il suo tempo libero nei club per scambisti. Il suo migliore amico, regista teatrale in crisi, tenta di riscattarsi con una serie di esperienze postadolescenziali, e intanto intreccia una relazione tempestosa con Miriam mentre il dottore delle anime viene risucchiato in un vortice di beghe familiari da dopo divorzio. Questo il quadro complesso e sfaccettato che movimenta lo scenario, la Londra contemporanea, ambientazione fitta di richiami culturali alla Match Point: ed è qui che il protagonista ritrova una ragazza anglo indiana un tempo amata e svanita nel nulla, e l’ombra di un omicidio commesso e rimasto impunito che insidia il suo grigio presente. Un pasticcio inconsistente, poco realistico, che fa da sfondo ad un tema interessante, il solito passato che ritorna, trattato come sempre da questo autore con sguardo lucido, disincantato e penetrante, ma che non lo porta da nessuna parte.

Peccato, mi aspettavo di più dall’autore di Intimacy. Solo per appassionati di Kureishi.

Due articoli su Stieg Larsson

 

Continuo la mia opera di proselitismo pubblicando due articoli sull’autore della trilogia Millennium.

 

La trilogia noir dell’hacker buona, di Irene Bignardi
(24 nov 2007)
Dopo la lettura di questo nerissimo noir, almeno una convinzione si radica nel lettore: addio privacy. Viviamo in un mondo in cui tutti i nostri dati sono a disposizione di qualsiasi hacker di alta qualità e dei loro committenti, le indagini si fanno davanti alle schermate di un computer, dallo schermo di un computer si fanno e si disfano fortune. Ma non solo: di tutto quello che facciamo, in un mondo documentato da infinite forme di registrazione dei dati, resta una traccia. Basta che ci sia chi vuole vederle, un po’ alla maniera di Blow up.

Fortunatamente, in questo romanzo “Uomini che odiano le donne”, che è stato un caso editoriale in Svezia e che è il primo di una trilogia scritta da un autore purtroppo scomparso prematuramente, lo hacker in realtà è una hacker, molto tatuata, molto magra, molto carina, molto ribelle, e lavora per la causa dei buoni, anzi del buono: un giornalista economico momentaneamente in disgrazia che, per incarico di uno importante industriale, sta cercando la verità sul caso di sua nipote, scomparsa misteriosamente trent’anni prima.

Siamo in Svezia, e la ragazza apparteneva a una di quelle grandi cupe ricche famiglie piene di pieghe e di misteri che il cinema scandinavo ci ha così spesso raccontato. Ma qui, tra i Vanger, la grande dinastia industriale in crisi, i padroni di una intera regione, gli intrecci e i silenzi sono carichi di innominabili orrori nascosti che solo Mikael Blomkvist con l’aiuto della giovane hacker Lisbeth Salander (li ritroveremo nelle altre due puntate della trilogia, certamente in arrivo) riuscirà a scoperchiare. Fino a un certo punto: perché anche il dovere di dire la verità, ci dice Larsson, ha dei limiti in altri diritti, e nei diritti degli altri. E il suo thriller, troppo ricco ma sempre appassionante, tra una discussione sull’etica del costume giornalistico e una corsa tra le banche di Zurigo, disegnare anche un quadro interessante della società e dei costumi svedesi di oggi e di ieri.

L’estate dei libri «pesanti». Il mattone che trionfa in libreria

di Giovanni Pacchiano

Sono un larssoniano della primissima ora. Fa fede la mia recensione al primo romanzo della sua Trilogia «Millennium», Uomini che odiano le donne (Marsilio, pagg. 676), apparsa su queste pagine il 9 dicembre 2007. Sono altresì un larssoniano fanatico: inizi a leggerlo e non te ne puoi staccare un attimo. E ti avvicini alla fine della storia, una storia-fiume, con la sensazione, per niente bella, che, chiuso il libro, non saprai cosa fare della tua vita. Almeno per un po’.
Il fatto è che non succede a me solo. Ho regalato Uomini che odiano le donne a destra e a manca. L’ho consigliato a chiunque mi capitasse a tiro. La reazione è stata unanime. «Cosa farò quando lo avrò finito?», mi ha detto un’amica. E un altro: «È come una droga». Una droga. Tant’è vero che, per non aspettare l’uscita in traduzione degli altri due romanzi, a suo tempo li ho comprati in francese (Actes Sud).
Oggi, Larsson, per via di un frenetico passaparola, rafforzato dall’uscita in italiano del secondo romanzo, La ragazza che giocava con il fuoco(Marsilio, pagg. 754), è diventato un fenomeno mediatico. Merito, certo, dell’ottima costruzione dei suoi romanzi, della continua suspense, dell’attenzione alla psicologia dei personaggi e a un inquieto versante sociale della Svezia che, in molti, non conoscevamo. Ma lo è diventato anche per le caratteristiche dei suoi libri, di immensi romanzi-fiume (sì, come quelli dell’Ottocento: Hugo, Dickens, Collins, Tolstoj). Ciò che lo inserisce in una propensione al romanzo-fiume divenuta oggi una moda. Ma qui si tratta, per buona sorte, non di grossolani polpettoni, ma di romanzi-fiume di qualità. Ce ne sono altri: ad esempio, la serie dei romanzi di Henning Mankell che vedono protagonista il commissario Wallander (Marsilio). Almeno un romanzo di Leif G.W. Persson, /Tra la nostalgia dell’estate e il gelo dell’inverno/ (Marsilio, pagg. 588) che può stare alla pari con Stieg Larsson. E non è necessario radicarsi in Svezia. Pensiamo alla fortuna di un altro romanzo-fiume come il recente /Un cappello pieno di ciliege/ (Rizzoli, pagg. 860) di Oriana Fallaci. O all’americano Gordon Dahlquist con /La setta dei libri blu/ (Bompiani, pagg. 796): un mix rétro tra Wilkie Collins e Arthur Machen.
E veniamo dunque al punto che più ci importa. Perché, oggi, il grande successo dei romanzi-fiume di qualità?
Il protagonista, almeno così crediamo, è un lettore colto. Ha più di quarant’anni (ma può averne anche settanta e passa). È deluso dalla vita pubblica e dal crollo dei valori di un mondo perbene ormai scomparso. Si sente, inoltre, accerchiato dalla cattiva letteratura e prova il bisogno di abbandonarsi a una narrativa totalizzante e chilometrica. Come le grandi letture della sua giovinezza. Sostitutiva della vita? Forse sì, almeno per il non breve tempo della lettura. Paradossalmente, anestetizzante e insieme esaltante. Con una buona dose di regressione: non sono i bambini a divorare un libro, se li appassiona? Come gli antropofagi. E come noi, in questo caso.
Ma non basta: i buoni romanzi-fiume sono, sempre, avvincenti. «Avvincente», cioè qualcosa che ti lega. Sei fatalmente e strettamente legato al tuo libro sino alla conclusione della storia. Alle avventure di Mikael e di Lisbeth (magnifica ultima dei reietti di victorhughiana memoria) nella trilogia di Larsson, come alle peripezie e ai drammi degli antenati di famiglia nell’eccellente romanzo della Fallaci.
Alla fine, purtroppo, sarà il libro a slegarsi da te. Tuo malgrado. L’unica medicina: dimenticarlo; per poterlo rileggere.

Le vite degli altri - quando la televisione non annoia

E’ ormai in conclusione un interessante programma trasmesso su La7. “Le vite degli altri”, in 60 puntate e 12 settimane di programmazione, sperimenta alle 11 e mezza del mattino un genere televisivo abbastanza collaudato in tv, quello della biografia televisiva, con sfumature analitiche molto interessanti.

Il programma è condotto dalla 39enne un po’ plastificata ma lucida Tiziana Panella, ex giornalista Rai. Ogni giorno, un personaggio poco scottante ma di grande interesse viene raccontato nelle tappe della carriera e di vita insieme ad un ospite in studio competente per passione, lavoro o identico mestiere. Per commentare e approfondire con intelligenza l’uomo prima ancora che il personaggio pubblico.

Niente gossip ad effetto, solo fatti di vita privata e lavorativa raccontati con garbo e senza clamori, che diventano spunto per una riflessione più ampia dai connotati quasi sociologici. Per esempio la vita controversa dell’attore Sean Penn diventa pretesto per parlare in studio con Monica Guerritore di oppressione dei media, le intenzioni che si celano dietro le missioni umanitarie dei vip e le tecniche attoriali adottate per interpretare ruoli complessi e di grande impatto sociale. Non tutte le puntate lasciano il segno, vi segnalo quella su Jackson Pollock tra le altre. Interessanti quelle su Drew Barrymore e Jodie Foster, degne di nota anche quelle su Andy Warhol e Sharon Tate. Da scaricare e rivedere.


Maeve Brennan e l’equilibrio del racconto di ghiaccio

Maeve Brennan (1917 – 1993) è l’autrice del romanzo La visitatrice, presentato negli Scrittori Contemporanei Original della BUR nel 2005. Una vera scoperta letteraria. Nata a Dublino, ha vissuto fin dall’adolescenza negli Stati Uniti. Bellissima e inquieta, ha pubblicato sul “New Yorker” racconti tra i più ammirati della sua epoca, prima di perdersi in anni di solitudine e depressione. Incapace di vivere in una casa, si trascinava da un albergo all’altro, smarrita in una scia di eccentrici lussi e di insolite consuetudini. La visitatrice è un romanzo breve (o piuttosto, per la sua struttura, un racconto lungo) . La ventenne Anastasia, orfana di entrambi i genitori, torna nella Dublino della sua infanzia. La aspetta la nonna, consacrata all’ossessiva memoria del passato, chiusa in un dolore freddo, ancora incapace di perdonare Anastasia che aveva scelto, alla separazione dei genitori, di seguire la mamma a Parigi. In equilibrio tra amore distorto e amore respinto, crudeltà delle situazioni e tersa limpidezza dei dialoghi, si dispiega tra le due donne un duello di sentimenti tanto intensi quanto controllati, che si snoda fino a un epilogo malinconicamente inatteso, una svolta orchestrata con spietata eleganza. Della raccolta di racconti Il principio dell’amore vi segnalo uno scrittura di straordinaria limpidezza. Personalmente credo che il suo capolavoro, equilibrato e spietato sia Storie africane ma mi dicono che ha certamente risvolti interessanti sul piano psicologico ma anche narrativo. Mariti e mogli prigionieri in matrimoni dove l’amore è assottigliato e sciupato, ma non esausto, abitati da ricordi gioiosi e da strane solitudini, vittime di ossessioni sottili, in fuga – solo immaginaria – dalle regole di una riservatezza che scivola in sofferenza. In sei racconti implacabili, che parlano di disamore, di gesti marmorizzati nell’abitudine, di desiderio struggente di felicità, Maeve Brennan sorprende, raggela e incanta.

Questi racconti spietati sono ammirevoli per l’abilità di suggerire qualcosa di devastante in una frase apparentemente innocua, e per le descrizioni, quasi cliniche, dei processi mentali. William Maxwell

Una scrittrice formidabile. Costantemente all’erta, l’occhio acuto come un passero, attenta a cogliere le briciole, i bisbigli, i dettagli della realtà. John Updike

Una buona lettura sul declino dell’estate, e questa volta la raffinatezza della forma soffoca piacevolmente il lento andamento del plot. Imperdibile.