
Convince poco l’ultimo romanzo di Hanif Kureishi, Ho qualcosa da dirti, ed. Bompiani, trad. Ivan Cotroneo.
Lo psicanalista Jamal è alle prese coi folleggiamenti di una sorella tatuata di mezz’età, Miriam, e di una madre che si scopre lesbica a settant’anni, mentre la ex-moglie riprende a lavorare dopo una maternità decennale per spendere il suo tempo libero nei club per scambisti. Il suo migliore amico, regista teatrale in crisi, tenta di riscattarsi con una serie di esperienze postadolescenziali, e intanto intreccia una relazione tempestosa con Miriam mentre il dottore delle anime viene risucchiato in un vortice di beghe familiari da dopo divorzio. Questo il quadro complesso e sfaccettato che movimenta lo scenario, la Londra contemporanea, ambientazione fitta di richiami culturali alla Match Point: ed è qui che il protagonista ritrova una ragazza anglo indiana un tempo amata e svanita nel nulla, e l’ombra di un omicidio commesso e rimasto impunito che insidia il suo grigio presente. Un pasticcio inconsistente, poco realistico, che fa da sfondo ad un tema interessante, il solito passato che ritorna, trattato come sempre da questo autore con sguardo lucido, disincantato e penetrante, ma che non lo porta da nessuna parte.
Peccato, mi aspettavo di più dall’autore di Intimacy. Solo per appassionati di Kureishi.
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