Author Archive for Teatro della Rabbia

Risate da mangiare- Il Teatro della Rabbia torna il 17 dicembre

Il Teatro della Rabbia torna con

RISATE DA MANGIARE

monologhi brillanti di donne in cucina

testi da Isabel Allende, Jorge Amado,
Laura Esquivel, Manuel Vasquez Montalbàn

17 dicembre 2008 ore 21

Sala Pertini, Via Muratori 4/2

(ad.ze Via Andrea Costa- Bologna)

Ingresso posto unico 5€

con Anita Giovannini, Valeria Ianniello,

Fabiola Ricci

Regia di Francesca Migliore

Dopo aver fatto un paio di giri completi nel mondo degli afrodisiaci, scopro che l’unica cosa che davvero mi eccita è l’amore. E allora dedico queste divagazioni erotiche agli amanti che giocano e, perché no?, anche agli uomini spaventati e alle donne malinconiche… Non si sa di nessuno che sia riuscito a sedurre con ciò che aveva offerto da mangiare; ma esiste un lungo elenco di coloro che hanno sedotto spiegando quello che si stava per mangiare… Da qui nasce l’idea di questo spettacolo, un viaggio senza carta geografica attraverso le regioni della memoria sensuale, là dove i confini tra l’amore e l’appetito a volte sono talmente labili da confondersi completamente. I monologhi sono divertenti e solleticano i sensi attraverso le parole che hanno il sapore e l’odore degli alimenti tropicali. Uno spettacolo da guardare, sentire, ascoltare e …gustare.

Sponsor della serata:

Da Babette per ogni ingresso allo spettacolo sconto

10% sul menu alla carta fino al 31 dicembre 2008

Ho qualcosa da dirti - Hanif Kureishi cancella se stesso

 

Convince poco l’ultimo romanzo di Hanif Kureishi, Ho qualcosa da dirti, ed. Bompiani, trad. Ivan Cotroneo.

Lo psicanalista Jamal  è alle prese coi folleggiamenti di una sorella tatuata di mezz’età, Miriam,  e di  una madre che si scopre lesbica a settant’anni, mentre la  ex-moglie  riprende a lavorare dopo una maternità decennale per spendere il suo tempo libero nei club per scambisti. Il suo migliore amico, regista teatrale in crisi, tenta di riscattarsi con una serie di esperienze postadolescenziali, e intanto intreccia una relazione tempestosa con Miriam mentre il dottore delle anime viene risucchiato in un vortice di beghe familiari da dopo divorzio. Questo il quadro complesso e sfaccettato che movimenta lo scenario, la Londra contemporanea, ambientazione fitta di richiami culturali alla Match Point: ed è qui che il protagonista ritrova una ragazza anglo indiana un tempo amata e svanita nel nulla, e l’ombra di un omicidio commesso e rimasto impunito che insidia il suo grigio presente. Un pasticcio inconsistente, poco realistico, che fa da sfondo ad un tema interessante, il solito passato che ritorna, trattato come sempre da questo autore con sguardo lucido, disincantato e penetrante, ma che non lo porta da nessuna parte.

Peccato, mi aspettavo di più dall’autore di Intimacy. Solo per appassionati di Kureishi.

Due articoli su Stieg Larsson

 

Continuo la mia opera di proselitismo pubblicando due articoli sull’autore della trilogia Millennium.

 

La trilogia noir dell’hacker buona, di Irene Bignardi
(24 nov 2007)
Dopo la lettura di questo nerissimo noir, almeno una convinzione si radica nel lettore: addio privacy. Viviamo in un mondo in cui tutti i nostri dati sono a disposizione di qualsiasi hacker di alta qualità e dei loro committenti, le indagini si fanno davanti alle schermate di un computer, dallo schermo di un computer si fanno e si disfano fortune. Ma non solo: di tutto quello che facciamo, in un mondo documentato da infinite forme di registrazione dei dati, resta una traccia. Basta che ci sia chi vuole vederle, un po’ alla maniera di Blow up.

Fortunatamente, in questo romanzo “Uomini che odiano le donne”, che è stato un caso editoriale in Svezia e che è il primo di una trilogia scritta da un autore purtroppo scomparso prematuramente, lo hacker in realtà è una hacker, molto tatuata, molto magra, molto carina, molto ribelle, e lavora per la causa dei buoni, anzi del buono: un giornalista economico momentaneamente in disgrazia che, per incarico di uno importante industriale, sta cercando la verità sul caso di sua nipote, scomparsa misteriosamente trent’anni prima.

Siamo in Svezia, e la ragazza apparteneva a una di quelle grandi cupe ricche famiglie piene di pieghe e di misteri che il cinema scandinavo ci ha così spesso raccontato. Ma qui, tra i Vanger, la grande dinastia industriale in crisi, i padroni di una intera regione, gli intrecci e i silenzi sono carichi di innominabili orrori nascosti che solo Mikael Blomkvist con l’aiuto della giovane hacker Lisbeth Salander (li ritroveremo nelle altre due puntate della trilogia, certamente in arrivo) riuscirà a scoperchiare. Fino a un certo punto: perché anche il dovere di dire la verità, ci dice Larsson, ha dei limiti in altri diritti, e nei diritti degli altri. E il suo thriller, troppo ricco ma sempre appassionante, tra una discussione sull’etica del costume giornalistico e una corsa tra le banche di Zurigo, disegnare anche un quadro interessante della società e dei costumi svedesi di oggi e di ieri.

L’estate dei libri «pesanti». Il mattone che trionfa in libreria

di Giovanni Pacchiano

Sono un larssoniano della primissima ora. Fa fede la mia recensione al primo romanzo della sua Trilogia «Millennium», Uomini che odiano le donne (Marsilio, pagg. 676), apparsa su queste pagine il 9 dicembre 2007. Sono altresì un larssoniano fanatico: inizi a leggerlo e non te ne puoi staccare un attimo. E ti avvicini alla fine della storia, una storia-fiume, con la sensazione, per niente bella, che, chiuso il libro, non saprai cosa fare della tua vita. Almeno per un po’.
Il fatto è che non succede a me solo. Ho regalato Uomini che odiano le donne a destra e a manca. L’ho consigliato a chiunque mi capitasse a tiro. La reazione è stata unanime. «Cosa farò quando lo avrò finito?», mi ha detto un’amica. E un altro: «È come una droga». Una droga. Tant’è vero che, per non aspettare l’uscita in traduzione degli altri due romanzi, a suo tempo li ho comprati in francese (Actes Sud).
Oggi, Larsson, per via di un frenetico passaparola, rafforzato dall’uscita in italiano del secondo romanzo, La ragazza che giocava con il fuoco(Marsilio, pagg. 754), è diventato un fenomeno mediatico. Merito, certo, dell’ottima costruzione dei suoi romanzi, della continua suspense, dell’attenzione alla psicologia dei personaggi e a un inquieto versante sociale della Svezia che, in molti, non conoscevamo. Ma lo è diventato anche per le caratteristiche dei suoi libri, di immensi romanzi-fiume (sì, come quelli dell’Ottocento: Hugo, Dickens, Collins, Tolstoj). Ciò che lo inserisce in una propensione al romanzo-fiume divenuta oggi una moda. Ma qui si tratta, per buona sorte, non di grossolani polpettoni, ma di romanzi-fiume di qualità. Ce ne sono altri: ad esempio, la serie dei romanzi di Henning Mankell che vedono protagonista il commissario Wallander (Marsilio). Almeno un romanzo di Leif G.W. Persson, /Tra la nostalgia dell’estate e il gelo dell’inverno/ (Marsilio, pagg. 588) che può stare alla pari con Stieg Larsson. E non è necessario radicarsi in Svezia. Pensiamo alla fortuna di un altro romanzo-fiume come il recente /Un cappello pieno di ciliege/ (Rizzoli, pagg. 860) di Oriana Fallaci. O all’americano Gordon Dahlquist con /La setta dei libri blu/ (Bompiani, pagg. 796): un mix rétro tra Wilkie Collins e Arthur Machen.
E veniamo dunque al punto che più ci importa. Perché, oggi, il grande successo dei romanzi-fiume di qualità?
Il protagonista, almeno così crediamo, è un lettore colto. Ha più di quarant’anni (ma può averne anche settanta e passa). È deluso dalla vita pubblica e dal crollo dei valori di un mondo perbene ormai scomparso. Si sente, inoltre, accerchiato dalla cattiva letteratura e prova il bisogno di abbandonarsi a una narrativa totalizzante e chilometrica. Come le grandi letture della sua giovinezza. Sostitutiva della vita? Forse sì, almeno per il non breve tempo della lettura. Paradossalmente, anestetizzante e insieme esaltante. Con una buona dose di regressione: non sono i bambini a divorare un libro, se li appassiona? Come gli antropofagi. E come noi, in questo caso.
Ma non basta: i buoni romanzi-fiume sono, sempre, avvincenti. «Avvincente», cioè qualcosa che ti lega. Sei fatalmente e strettamente legato al tuo libro sino alla conclusione della storia. Alle avventure di Mikael e di Lisbeth (magnifica ultima dei reietti di victorhughiana memoria) nella trilogia di Larsson, come alle peripezie e ai drammi degli antenati di famiglia nell’eccellente romanzo della Fallaci.
Alla fine, purtroppo, sarà il libro a slegarsi da te. Tuo malgrado. L’unica medicina: dimenticarlo; per poterlo rileggere.

Le vite degli altri - quando la televisione non annoia

E’ ormai in conclusione un interessante programma trasmesso su La7. “Le vite degli altri”, in 60 puntate e 12 settimane di programmazione, sperimenta alle 11 e mezza del mattino un genere televisivo abbastanza collaudato in tv, quello della biografia televisiva, con sfumature analitiche molto interessanti.

Il programma è condotto dalla 39enne un po’ plastificata ma lucida Tiziana Panella, ex giornalista Rai. Ogni giorno, un personaggio poco scottante ma di grande interesse viene raccontato nelle tappe della carriera e di vita insieme ad un ospite in studio competente per passione, lavoro o identico mestiere. Per commentare e approfondire con intelligenza l’uomo prima ancora che il personaggio pubblico.

Niente gossip ad effetto, solo fatti di vita privata e lavorativa raccontati con garbo e senza clamori, che diventano spunto per una riflessione più ampia dai connotati quasi sociologici. Per esempio la vita controversa dell’attore Sean Penn diventa pretesto per parlare in studio con Monica Guerritore di oppressione dei media, le intenzioni che si celano dietro le missioni umanitarie dei vip e le tecniche attoriali adottate per interpretare ruoli complessi e di grande impatto sociale. Non tutte le puntate lasciano il segno, vi segnalo quella su Jackson Pollock tra le altre. Interessanti quelle su Drew Barrymore e Jodie Foster, degne di nota anche quelle su Andy Warhol e Sharon Tate. Da scaricare e rivedere.


Maeve Brennan e l’equilibrio del racconto di ghiaccio

Maeve Brennan (1917 – 1993) è l’autrice del romanzo La visitatrice, presentato negli Scrittori Contemporanei Original della BUR nel 2005. Una vera scoperta letteraria. Nata a Dublino, ha vissuto fin dall’adolescenza negli Stati Uniti. Bellissima e inquieta, ha pubblicato sul “New Yorker” racconti tra i più ammirati della sua epoca, prima di perdersi in anni di solitudine e depressione. Incapace di vivere in una casa, si trascinava da un albergo all’altro, smarrita in una scia di eccentrici lussi e di insolite consuetudini. La visitatrice è un romanzo breve (o piuttosto, per la sua struttura, un racconto lungo) . La ventenne Anastasia, orfana di entrambi i genitori, torna nella Dublino della sua infanzia. La aspetta la nonna, consacrata all’ossessiva memoria del passato, chiusa in un dolore freddo, ancora incapace di perdonare Anastasia che aveva scelto, alla separazione dei genitori, di seguire la mamma a Parigi. In equilibrio tra amore distorto e amore respinto, crudeltà delle situazioni e tersa limpidezza dei dialoghi, si dispiega tra le due donne un duello di sentimenti tanto intensi quanto controllati, che si snoda fino a un epilogo malinconicamente inatteso, una svolta orchestrata con spietata eleganza. Della raccolta di racconti Il principio dell’amore vi segnalo uno scrittura di straordinaria limpidezza. Personalmente credo che il suo capolavoro, equilibrato e spietato sia Storie africane ma mi dicono che ha certamente risvolti interessanti sul piano psicologico ma anche narrativo. Mariti e mogli prigionieri in matrimoni dove l’amore è assottigliato e sciupato, ma non esausto, abitati da ricordi gioiosi e da strane solitudini, vittime di ossessioni sottili, in fuga – solo immaginaria – dalle regole di una riservatezza che scivola in sofferenza. In sei racconti implacabili, che parlano di disamore, di gesti marmorizzati nell’abitudine, di desiderio struggente di felicità, Maeve Brennan sorprende, raggela e incanta.

Questi racconti spietati sono ammirevoli per l’abilità di suggerire qualcosa di devastante in una frase apparentemente innocua, e per le descrizioni, quasi cliniche, dei processi mentali. William Maxwell

Una scrittrice formidabile. Costantemente all’erta, l’occhio acuto come un passero, attenta a cogliere le briciole, i bisbigli, i dettagli della realtà. John Updike

Una buona lettura sul declino dell’estate, e questa volta la raffinatezza della forma soffoca piacevolmente il lento andamento del plot. Imperdibile.

Stieg Larsson e la Trilogia di Millenium - elogio del noir à la suédoise

 

 

Mezzo milione di copie vendute per il primo volume, 350.000 per il secondo e 200.000 per il terzo svaniscono dagli scaffali in pochi giorni: per la Svezia, paese di 9 milioni di abitanti, queste cifre colpiscono. Tradotto in Danimarca, Norvegia, Francia, Paesi Bassi, Inghilterra, Millenium trionfa in tutto il Nord Europa prima di approdare in Italia (editi da Marsilio i primi due volumi Uomini che odiano le donne e La ragazza che giocava col fuoco. Di prossima pubblicazione il terzo). La leggenda nasce dalla tragica fine del suo autore, giornalista d’assalto, antinazista nato nel 1954, colpito da numerose minacce di morte per la sua decisa azione informativa contro l’estremismo di destra, rinascente nella Svezia contemporanea. Larsson muore per un attacco di cuore poco dopo aver affidato al suo editore la trilogia, (ma si favoleggia anche di un quarto volume), che viene data alle stampe senza nessuna strategia di marketing, riservata inizialmente ad un pubblico di nicchia. Invece la storia fa la sua strada, e il poliziesco in salsa svedese piace molto, zeppo com’è di colpi di scena, violenza, criminalità, politica e sesso estremo - ma anche una sana tendenza al trionfo del bene, alla difesa degli oppressi, che tiene l’autore e i suoi protagonisti ben lontani dall’accusa di relativismo etico. Mikael Blomkvist e Lisbeth Salander. Lui giornalista d’inchiesta, palesemente un alter ego dell’autore, perspicace, lavoratore indefesso, uomo di saldi principi, ma anche fascinoso e molto corteggiato, lei la vergine di Norimberga, il personaggio meglio riuscito degli ultimi dieci anni, inquietante ragazza tatuata con spiccate doti di hacker, misteriosa, inquietante, gotica in altre parole. I due individui sono risucchiati in una rete di avvenimenti da districare che vanno dalla droga, alla prostituzione, alle imprese di un serial killer, per poi sfiorare i servizi segreti, le lobby economiche , il mondo della pischiatria e lo spionaggio. Tutto ciò inserito in una tela quotidiana di supermercati di quartiere, docce di mezzanotte, cene di Natale in famiglia e acquisti ai grandi magazzini; insomma un ritratto completo della nostra società, ma soprattutto un imperdibile lettura di pura evasione, mai scontata e soprattutto, finalmente, europea a tutti gli effetti. Un ultimo consiglio: non iniziate la lettura una domenica sera…potreste ritrovarvi ad appoggiare il libro sul comodino alle sei del mattino dopo e andare direttamente in ufficio!

 
 

In Our World. New Photograpy in Britain (Galleria Civica di Modena)

Sempre per chi abbia voglia di addentrarsi nel pensiero e nella sensibilità della generazione dei trentenni, vi segnalo fino al 13 luglio alla Galleria Civica di Modena la mostra In Our World. New Photograpy in Britain, a cura di Filippo Maggia.

Organizzata e prodotta dalla Galleria Civica di Modena e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena la rassegna collettiva è stata realizzata in collaborazione con il Royal College of Art di Londra e presenta le ricerche di 18 artisti che nel corso dell’ultimo decennio hanno frequentato il Master di Fotografia presso la prestigiosa istituzione inglese, luogo per eccellenza della formazione in Europa riguardo alla fotografia e all’arte visiva in genere.

Gli artisti presenti in mostra arrivano da varie parti del mondo sono Becky Beasley (1975, Gran Bretagna), Bianca Brunner (1974, Chur, Svizzera), Lisa Castagner (1975, Irlanda del Nord), Simon Cunningham, Annabel Elgar (1971, Aldershot, Gran Bretagna), Anne Hardy (1970, Londra), Lucy Levene (1978, Londra), Gareth McConnell (1972, Irlanda del Nord), Brígida Mendes (1977, Tomar, Portogallo), Suzanne Mooney (1976, Irlanda), Melissa Moore (1978, Nottingham), Harold Offeh (1977, Accra, Ghana), Kirk Palmer (1971, Northampton, Gran Bretagna), Sarah Pickering (1972, Durham City, Gran Bretagna), Sophy Rickett (1970, Londra), Esther Teichmann (1980, Karlsruhe, Germania), Heiko Tiemann (1968, Bad Oeynhausen, Germania), Danny Treacy (1975, Manchester).

In mostra fotografie, video e film: una pluralità di mezzi espressivi e un numero di opere sufficiente a far comprendere il singolo percorso di ogni artista.

In Our World offre una visione attuale ed estremamente contemporanea della ricerca fotografica in Inghilterra.
La presenza di autori provenienti da diverse nazioni (Germania, Portogallo, Stati Uniti, Svizzera, Irlanda ecc.) ma da tempo residenti a Londra, conferma il ruolo primario oggi rappresentato nell’arte contemporanea dalla capitale del Regno Unito, e, in particolare, dal Royal College of Art, divenuto, come si diceva, un nuovo punto di riferimento.
Anche se non si può definire con precisione una corrente o una tendenza dominante che caratterizzi il percorso espositivo, tutti gli autori presenti in mostra hanno in comune una forte condivisione con il mondo che li circonda.
Non limitandosi a rappresentarlo essi, in un certo senso, fanno da filtro, per darne una nuova e personale interpretazione, trasformando, inventando, assemblando pezzi di realtà tangibile, altre volte raccontando in prima persona (in alcuni casi proponendosi direttamente come protagonisti dell’opera) il proprio rapporto con la vita e la società.
Pur trattandosi di esperienze personali, in alcuni casi molto differenti l’una dall’altra, si avverte una malinconia comune, un sentimento del tempo presente vissuto fino in fondo, lucidamente affrontato e ricomposto attraverso le immagini.
Altra caratteristica comune a molti di loro è la ricostruzione di precise situazioni ove l’atto fotografico delimita e riconsidera una nuova realtà nelle sue proporzioni, relazioni interne, significati multipli che la lettura del fotografo ha voluto dare attraverso uno sguardo regionato e selettivo.

Da segnalare nell’ammezzato del palazzo Santa Margherita l’interessante installazione di Gilda Scaglioni intitolata 37 gradi, nella quale l’artista, nata nel ‘77, si confronta con le complesse relazioni che girano intorno all’idea di maternità. Assolutamente toccante e perturbante.

Allestita a Palazzo Santa Margherita, in corso Canalgrande 103 a Modena fino al prossimo 13 luglio, ingresso libero.

Il club di Fantomas, nuovo spazio in zona universitaria

Lunedì 30 giugno, dalle ore 21, in via Vinazzetti, n° 1/2, Bologna (zona universitaria) è stato inaugurato un nuovo spazio, che si chiamerà Il club di Fantomas. E’ uno splendido loft, a livello di strada, destinato a spettacoli, letture ed eventi musicali. L’idea e l’organizzazione sono di Giorgio Celli, che valuterà tutte le proposte di collaborazione per l’autunno.

Il Teatro della Rabbia non ha potuto partecipare alla serata inaugurale per motivi organizzativi, ma ha apprezzato moltissimo l’intenso monologo di Giorgio Celli presentato dal Teatro delle Ceneri. L’attore Claudio Beghelli ha reso con una regia ricca di sfumature interpretative un testo duro, difficile e a volte angoscioso, sottolineato da immagini proiettate a video che ne scandivano la drammaticità. Nonostante le difficili condizioni ambientali (quasi 40°, rumori dalla strada, acustica problematica) l’interprete è riuscito a catturare la sensibilità del pubblico che lo ha seguito nelle sue evoluzioni emozionali fino al doloroso epilogo. Grazie a Claudio per le bellissime emozioni che ancora una volta ci ha dato.

 

Camille Claudel in mostra a Parigi

Sorella maggiore dello scrittore Paul Claudel, Camille ha conosciuto come donna e artista un destino non comune. Alla fine del secolo scorso, una ragazza di diciassette anni vuole diventare scultrice: è inconcepibile, scandaloso per il perbenismo ottocentesco, ma lei si lancia nell’avventura senza guardarsi indietro, con l’entusiasmo e la volontà che la caratterizzano. Fino al giorno del 1883 in cui incontra Auguste Rodin. Il Maestro, famoso e affermato scultore, la prenderà come allieva, e poco dopo come amante. Seguono quindici anni di relazione appassionata e tempestosa dalla quale Camille uscirà esaurita e vinta, e un sodalizio artistico che porterà il maturo amante, artista dal tocco potente ma legato al mondo accademico, a sfruttare abilmente le sue capacità fino a firmare opere completate da lei. Camille morirà nel 1943 nell’ospedale psichiatrico di Montdevergues, vicino ad Avignone, dopo una terribile reclusione durata trent’anni, lasciando alla posterità un’opera notevole, di rara potenza e originalità visionaria. Misconosciuta per quarant’anni, inizia ad essere rivalutata dai critici negli anni ‘80, grazie a un libro (Une femme di Anne Delbée, Presses de la Renaissance, 1982) e a un film (Camille Claudel, regia di Bruno Nuytten, con Isabelle Adjani e Gerard Depardieu, 1988).

L’immagine raffigura La valse, opera visionaria e inquietante che vibra sotto il tocco asciutto e angoscioso dell’artista. I due corpi avviluppati sono percorsi da un fremito musciale, ma ad un’osservazione più attenta notiamo che quello della donna sarebbe privo di sostegno se non facesse perno su quello maschile. Così si vedeva Camille, sperduta senza l’illustre maestro che l’ha amata, sfruttata e abbandonata, in un’epoca che non le ha trasmesso la visione esatta delle proprie qualità artistiche innegabili e stava per consegnarla all’oblio.

Per chi non l’avesse ancora vista, in mostra a Parigi al Musée Rodin, Rue de Varenne 79, fino al 20 luglio (mart-dom 9.30-17.45 ) Biglietti 7 euro. Assolutamente da non perdere.

Sex and the city (2008)

(Attenzione: svelo qualcosa del finale)

Lascia un po’ perplessi l’operazione compiuta da Sex and the City, caso pressoché unico - ma non unico, mi dicono - di passaggio dal telefilm al film con gli stessi interpreti, gli stessi sceneggiatori e lo stesso regista della serie a qualche anno dall’ultima puntata. Ritroviamo le quattro amiche un po’ spente, flagellate da un inspiegabile anelito al lieto fine che porta soltanto un mucchio di guai. Innanzi tutto è la struttura a risentirne, abbastanza compatta nel primo tempo, si sfliaccia poi in mille rivoli, con lungaggini oziose e poco succo nel secondo. La parabola conclusa del telefilm, con i suoi 25 minuti e la sua moralina alla fine non acquista qui maggiore profondità, anzi si ferma alla superficie, un po’ come se un bel giorno Cechov si fosse deciso a scrivere Guerra e Pace senza nulla di più che il materiale per un racconto di sei pagine. New York, dopo le torri cadute, non è la stessa; al femminismo, come osserva Susan Faludi (Il sesso del terrore, Il nuovo maschilismo americano, Isbn Edizioni) si sostituisce il culto del focolare domestico, e l’orgoglio di essere single, che infondeva tanto ottimismo a noi venticinquenni dell’epoca, si trasforma in una corsa disperata all’ultimo treno. Arrivano i quaranta e allora di corsa al riparo, niente più feste e vernissage, niente più amici di tutti i colori, sono rimasti solo i due vecchi gay che si sono odiati dall’inizio e che in un sussulto di buonismo si baciano in una delle ultime inquadrature. A questo finale lieto per forza verrebbe voglia di sottrarsi, non foss’altro per impedire a Samantha, cinquantenne rientrata nei ranghi che prepara sushi fatto in casa, di mollare il suo troppo giovane Smith al suo destino di successo e di consegnarsi alla menopausa e ai gelati al cioccolato. Tutto il resto è prevedibile, come il tessuto a roselline di organza che Carrie indossa nella scena finale-lo stesso di uno degli ultimi momenti a Parigi dell’ultima puntata della sesta serie. Una piccola delusione per i fans ai quali consiglio tuttavia questa visione, se non altro per rendersi conto di quanto la società americana sia cambiata, tesa a mandare un solo messaggio: nessun luogo è più sicuro della famiglia tradizionale. Forse non è solo la società americana. E gli anni Novanta sono proprio finiti.