
Sorprende e desta curiosità la carriera teatrale in patria di Matthew Broderick, attore americano conosciuto in Italia come il ragazzino di War Games e il ladruncolo di Lady Hawke. Come si può evincere dalla consultazione del sito www.ibdb.com (sito ufficiale dei teatri di Broadway), il nostro sin dall’età di 21 anni si è distinto per aver vinto il Tony Award come migliore attore drammatico per Brighton beach memoirs, di cui fu interprete per la bellezza di 1324 rappresentazioni. Un altro Tony lo ha vinto nel 1995 come protagonista del musical How to succeed in business without really trying. Solo candidato invece per The Producers, in scena nientemeno che dal 21 marzo 2001 al 22 aprile 2007.
Salta agli occhi la differenza con la situazione italiana, dove cinema, teatro e televisione (leggi fiction) sono spesso caste chiuse come le classi sociali dell’antico Egitto. Tra i tre ambienti ci si guarda con sospetto, spesso un valente attore di teatro che passa alla fiction viene considerato un venduto alle ragioni del mercato, o uno che ha trovato la strada del successo, a seconda del lato da cui lo si guarda. Forse è questa caratteristica da setta scismatica di ogni branca dello spettacolo che ci priva delle fiction interpretate a regola d’arte della BBC, o dei telefilm d’evasione di ottima, americana fattura. Sembra che in Italia da un lato ci siano le ragioni della cultura, dall’altra quelle del mercato. Ed ecco che i teatri si riempiono di improbabili ex-veline o ex-GF, ospitate dal patrio palcoscenico grazie alle personali aderenze con registi ormai in odore di terza età. E qui si torna all’annoso pasoliniano problema: si può fare cultura di massa? Se sì, in che termini? Mentre cerco di rispondere ripenso ai sottili occhi felini di Mariangela Melato in Rebecca la prima moglie, fiction ispirata all’omonimo film di Alfred Hitchcock con Joan Fontaine del 1940. Chissà se la BBC ce lo compra.



All’Arena del Sole, Sala Interaction, Il Teatro Club Udine ha presentato il 5 e 6 maggio scorsi Nati in casa di Giuliana Musso e Massimo Somaglino, con Giuliana Musso e la regia di Massimo Somaglino. Uno spettacolo che ha debuttato nel 2001 a San Leonardo Valcellina (PN) e che dopo il debutto ha avuto un percorso fortunato: dalle comunità friulane e venete alle associazioni di categorie delle ostetriche, a Report, alla Nomination nei Premi Ubu del 2002, al Premio dell’Associazione Nazionale dei critici di Teatro nel 2005. Un lavoro sorretto dal solido mestiere di Giuliana Musso, che modula tutti i toni del vivere plasmando voce e corpo attraverso dolore, angoscia, fatica, attesa. La regia sottolinea con lievi e atmosferiche pennellate di luce il palpitare del sentire, che il pubblico respira insieme con l’attrice senza perdersi mai. Un bel lavoro compatto e intenso, ma tuttavia colpisce e fa riflettere, con preoccupazione in verità, l’assunto ideologico di partenza. Difesa del parto fisiologico, malcelata nostalgia per la nascita in casa, esibizione di dati per comprovare che “si stava meglio quando si stava peggio”. Forse gli autori dimenticano la mortalità infantile e femminile che caratterizzava quegli anni e quei luoghi, o il numero di malformazioni dovute a incidenti al momento della nascita. Forse gli autori non sanno che una delle interpretazioni possibili del numero vertiginoso dei parti cesarei in Italia è lo scarso e poco diffuso uso dell’epidurale (in certe zone d’Italia molte donne lo chiedono per la paura del dolore, oppure viene praticato in donne che non hanno più la forza di spingere, dopo ore di travaglio…) Vogliamo ancora dire che la donna deve soffrire a tutti i costi, durante il parto, perché così proverà un maggiore attaccamento per il bambino? Non è più logico pensare che la nostra cultura cattolica influenzi la percezione di questo problema, con la sua idealizzazione della sofferenza, la sua centralità della figura della madre? La medicina, così come la tecnologia ci sono necessarie per una vita più lunga, più sana. Scegliere di limitare, poiché è impossibile eliminare, la sofferenza durante il parto è un diritto sacrosanto della donna, e la società dovrebbe sostenerla in questo. Così come dovrebbe sostenerla nell’allattamento artificiale, qualora quello al seno non fosse possibile, invece di rimuovere il problema e delegarlo alle scelta, sempre sofferta, delle singole madri. Nello spettacolo si polemizza sul fatto che le ostetriche non vengono pagate quanto i medici, ma è necessario ricordare alle ostetriche che non sono laureate e specializzate, e che dovrebbero limitare il loro ruolo alla sfera delle loro competenze, evitando quella che in alcuni casi diventa una sterile e medievale crociata contro l’ospedalizzazione del parto. Solo chi ha vissuto questa esperienza sa che non c’è nulla di esaltante a soffrire per giorni in una stanza non riscaldata di un casale delle campagne venete, per poi appoggiare un neonato urlante dentro un cassetto perché non c’è a disposizione una culla.
Francesca Migliore