
Continuo la mia opera di proselitismo pubblicando due articoli sull’autore della trilogia Millennium.
La trilogia noir dell’hacker buona, di Irene Bignardi
(24 nov 2007)
Dopo la lettura di questo nerissimo noir, almeno una convinzione si radica nel lettore: addio privacy. Viviamo in un mondo in cui tutti i nostri dati sono a disposizione di qualsiasi hacker di alta qualità e dei loro committenti, le indagini si fanno davanti alle schermate di un computer, dallo schermo di un computer si fanno e si disfano fortune. Ma non solo: di tutto quello che facciamo, in un mondo documentato da infinite forme di registrazione dei dati, resta una traccia. Basta che ci sia chi vuole vederle, un po’ alla maniera di Blow up.
Fortunatamente, in questo romanzo “Uomini che odiano le donne”, che è stato un caso editoriale in Svezia e che è il primo di una trilogia scritta da un autore purtroppo scomparso prematuramente, lo hacker in realtà è una hacker, molto tatuata, molto magra, molto carina, molto ribelle, e lavora per la causa dei buoni, anzi del buono: un giornalista economico momentaneamente in disgrazia che, per incarico di uno importante industriale, sta cercando la verità sul caso di sua nipote, scomparsa misteriosamente trent’anni prima.
Siamo in Svezia, e la ragazza apparteneva a una di quelle grandi cupe ricche famiglie piene di pieghe e di misteri che il cinema scandinavo ci ha così spesso raccontato. Ma qui, tra i Vanger, la grande dinastia industriale in crisi, i padroni di una intera regione, gli intrecci e i silenzi sono carichi di innominabili orrori nascosti che solo Mikael Blomkvist con l’aiuto della giovane hacker Lisbeth Salander (li ritroveremo nelle altre due puntate della trilogia, certamente in arrivo) riuscirà a scoperchiare. Fino a un certo punto: perché anche il dovere di dire la verità, ci dice Larsson, ha dei limiti in altri diritti, e nei diritti degli altri. E il suo thriller, troppo ricco ma sempre appassionante, tra una discussione sull’etica del costume giornalistico e una corsa tra le banche di Zurigo, disegnare anche un quadro interessante della società e dei costumi svedesi di oggi e di ieri.
L’estate dei libri «pesanti». Il mattone che trionfa in libreria
di Giovanni Pacchiano
Sono un larssoniano della primissima ora. Fa fede la mia recensione al primo romanzo della sua Trilogia «Millennium», Uomini che odiano le donne (Marsilio, pagg. 676), apparsa su queste pagine il 9 dicembre 2007. Sono altresì un larssoniano fanatico: inizi a leggerlo e non te ne puoi staccare un attimo. E ti avvicini alla fine della storia, una storia-fiume, con la sensazione, per niente bella, che, chiuso il libro, non saprai cosa fare della tua vita. Almeno per un po’.
Il fatto è che non succede a me solo. Ho regalato Uomini che odiano le donne a destra e a manca. L’ho consigliato a chiunque mi capitasse a tiro. La reazione è stata unanime. «Cosa farò quando lo avrò finito?», mi ha detto un’amica. E un altro: «È come una droga». Una droga. Tant’è vero che, per non aspettare l’uscita in traduzione degli altri due romanzi, a suo tempo li ho comprati in francese (Actes Sud).
Oggi, Larsson, per via di un frenetico passaparola, rafforzato dall’uscita in italiano del secondo romanzo, La ragazza che giocava con il fuoco(Marsilio, pagg. 754), è diventato un fenomeno mediatico. Merito, certo, dell’ottima costruzione dei suoi romanzi, della continua suspense, dell’attenzione alla psicologia dei personaggi e a un inquieto versante sociale della Svezia che, in molti, non conoscevamo. Ma lo è diventato anche per le caratteristiche dei suoi libri, di immensi romanzi-fiume (sì, come quelli dell’Ottocento: Hugo, Dickens, Collins, Tolstoj). Ciò che lo inserisce in una propensione al romanzo-fiume divenuta oggi una moda. Ma qui si tratta, per buona sorte, non di grossolani polpettoni, ma di romanzi-fiume di qualità. Ce ne sono altri: ad esempio, la serie dei romanzi di Henning Mankell che vedono protagonista il commissario Wallander (Marsilio). Almeno un romanzo di Leif G.W. Persson, /Tra la nostalgia dell’estate e il gelo dell’inverno/ (Marsilio, pagg. 588) che può stare alla pari con Stieg Larsson. E non è necessario radicarsi in Svezia. Pensiamo alla fortuna di un altro romanzo-fiume come il recente /Un cappello pieno di ciliege/ (Rizzoli, pagg. 860) di Oriana Fallaci. O all’americano Gordon Dahlquist con /La setta dei libri blu/ (Bompiani, pagg. 796): un mix rétro tra Wilkie Collins e Arthur Machen.
E veniamo dunque al punto che più ci importa. Perché, oggi, il grande successo dei romanzi-fiume di qualità?
Il protagonista, almeno così crediamo, è un lettore colto. Ha più di quarant’anni (ma può averne anche settanta e passa). È deluso dalla vita pubblica e dal crollo dei valori di un mondo perbene ormai scomparso. Si sente, inoltre, accerchiato dalla cattiva letteratura e prova il bisogno di abbandonarsi a una narrativa totalizzante e chilometrica. Come le grandi letture della sua giovinezza. Sostitutiva della vita? Forse sì, almeno per il non breve tempo della lettura. Paradossalmente, anestetizzante e insieme esaltante. Con una buona dose di regressione: non sono i bambini a divorare un libro, se li appassiona? Come gli antropofagi. E come noi, in questo caso.
Ma non basta: i buoni romanzi-fiume sono, sempre, avvincenti. «Avvincente», cioè qualcosa che ti lega. Sei fatalmente e strettamente legato al tuo libro sino alla conclusione della storia. Alle avventure di Mikael e di Lisbeth (magnifica ultima dei reietti di victorhughiana memoria) nella trilogia di Larsson, come alle peripezie e ai drammi degli antenati di famiglia nell’eccellente romanzo della Fallaci.
Alla fine, purtroppo, sarà il libro a slegarsi da te. Tuo malgrado. L’unica medicina: dimenticarlo; per poterlo rileggere.
