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Il 27 giugno partecipiamo a In & Out, la Cultura in Condominio

Mercoledì  27 giugno il Teatro della Rabbia partecipa alla seconda edizione di In & Out, La Cultura in Condominio.

QUARTIERE SAN DONATO
Condominio Ristori
via Melato, 2 sul retro dell’edificio nel grande prato; possibilità di parcheggio
27 giugno
ORE 22:00 - Teatro della Rabbia in ALTROVE - Ingresso libero
Liberamente ispirato a Le città invisibili, di Italo Calvino
Con Valentina Palmieri e Nicola FabbriDrammaturgia e regia Francesca Migliore
“Che cos’è oggi la città per noi? Penso di aver scritto qualcosa come un ultimo poema d’amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città”.     Italo Calvino
Il viaggiatore torna e riparte in continuazione, e racconta delle città che ha visto. Tutte queste città sono luoghi possibili ma anche inventati, spazi onirici dove la realtà e la fantasia si confondono, dove si incontrano persone perdute da anni, dove si stringono alleanze e si tentano scommesse sulla propria esistenza. L’altrove è un luogo che i tre personaggi, quelli a cui viene raccontato il viaggio, provano a immaginare, e spesso la loro fantasia raggiunge questi luoghi e li trasforma, rendendoli vicini e abitabili. Uno spettacolo tutto incentrato sullo sguardo affascinato sulle cose, tra ironia, malinconia e leggerezza. Lo spettatore viene catturato dal mondo stupito e curioso dei personaggi, si identifica con loro, sente proprie le loro esperienze e si trasforma. Mai nessun viaggio se non questo ha potuto dimostrare che «tutto ciò che è qui è altrove; e tutto ciò che non è qui non è da nessuna parte».

Ecco il programma dell’intera iniziativa.

IL 21 luglio Sissi allo specchio in “Rosa di ghiaccio”

Il Teatro della Rabbia

presenta

Rosa di ghiaccio

Ricordi di Romy Schneider

Cosa sappiamo di Romy Schneider? I giornali ci hanno svelato la sua vita in technicolor: un’ infanzia dorata, gli esordi scintillanti in Sissi, la  tumultuosa storia d’amore con Alain Delon, la tragica morte del figlio… Tuttavia gli innumerevoli volti di Romy sembrano raccontare un’altra storia. Cominciata molto giovane la carriera cinematografica, il suo più grande successo  fu senza ombra di dubbio la trilogia, popolarissima ancora oggi, di Sissi. Per  milioni di spettatori nel mondo Romy e Sissi non sono altro che la stessa persona. Ma se i destini singolari di queste due donne presentano delle inquietanti somiglianze, Romy trascorrerà tutta la vita in fuga da questo ingombrante ruolo di giovinezza. La sua passione per Alain Delon precipita il suo volo incerto verso Parigi, da dove partirà un percorso artistico di rilievo, con registi del calibro di Visconti, Deray, Sautet, Welles, Preminger, mentre la sua vita privata inanellerà delusioni e fallimenti. Prendendo le mosse dalla biografia di Romy Schneider, questo spettacolo si propone di tratteggiarne un ritratto completo e ricco di sfumature attraverso brani di film recitati dal vivo, montaggi video, canzoni in inglese francese e tedesco. Un vero omaggio ad un’attrice che da poco avrebbe compiuto sessant’anni se un tragico destino non l’avesse trascinata lontano da se stessa e dal suo pubblico.

con Fabiola Ricci e Nicola Fabbri

Voci recitanti Nicola fabbri, Fabio Farnè, Anita Giovannini, Antonio Koch, Edoardo Migliore, Fabiola Ricci, Valentina Palmieri

Marketing e promozione Marianna Rocco

Arrangiamenti basi Riccardo Nanni

Regia e musiche originali video Roberto Passuti

Regia e drammaturgia Francesca Migliore

21 luglio 2011 ore 21,30

Corte del Quartiere Saragozza

Via Pietralata, 60 (Bologna) Ingresso 5€ 

Non occorre prenotazione. servizio bar disponibile a prezzi popolari.

(In caso di maltempo lo spettacolo si svolgerà alla Sala Cenerini, all’interno della sede del Quartiere)

 

Nuovi corsi dall’autunno

 

Finalmente sono tornati i corsi del Teatro della Rabbia! In collaborazione col Teatro dell’Otium, abbiamo organizzato per voi un corso di teatro e due stage intensivi (Tai Chi per attori e Tarocchi), destinati ad un pubblico eterogeneo ma tutti finalizzati a scoprire nuove parti di sé e a condividere esperienze che culmineranno poi in una serata conclusiva nella quale verranno presentati i lavori realizzati!

Clicca su http://www.teatrodellarabbia.com/corsi/ e trova il tuo corso di quest’anno!

Due articoli su Stieg Larsson

 

Continuo la mia opera di proselitismo pubblicando due articoli sull’autore della trilogia Millennium.

 

La trilogia noir dell’hacker buona, di Irene Bignardi
(24 nov 2007)
Dopo la lettura di questo nerissimo noir, almeno una convinzione si radica nel lettore: addio privacy. Viviamo in un mondo in cui tutti i nostri dati sono a disposizione di qualsiasi hacker di alta qualità e dei loro committenti, le indagini si fanno davanti alle schermate di un computer, dallo schermo di un computer si fanno e si disfano fortune. Ma non solo: di tutto quello che facciamo, in un mondo documentato da infinite forme di registrazione dei dati, resta una traccia. Basta che ci sia chi vuole vederle, un po’ alla maniera di Blow up.

Fortunatamente, in questo romanzo “Uomini che odiano le donne”, che è stato un caso editoriale in Svezia e che è il primo di una trilogia scritta da un autore purtroppo scomparso prematuramente, lo hacker in realtà è una hacker, molto tatuata, molto magra, molto carina, molto ribelle, e lavora per la causa dei buoni, anzi del buono: un giornalista economico momentaneamente in disgrazia che, per incarico di uno importante industriale, sta cercando la verità sul caso di sua nipote, scomparsa misteriosamente trent’anni prima.

Siamo in Svezia, e la ragazza apparteneva a una di quelle grandi cupe ricche famiglie piene di pieghe e di misteri che il cinema scandinavo ci ha così spesso raccontato. Ma qui, tra i Vanger, la grande dinastia industriale in crisi, i padroni di una intera regione, gli intrecci e i silenzi sono carichi di innominabili orrori nascosti che solo Mikael Blomkvist con l’aiuto della giovane hacker Lisbeth Salander (li ritroveremo nelle altre due puntate della trilogia, certamente in arrivo) riuscirà a scoperchiare. Fino a un certo punto: perché anche il dovere di dire la verità, ci dice Larsson, ha dei limiti in altri diritti, e nei diritti degli altri. E il suo thriller, troppo ricco ma sempre appassionante, tra una discussione sull’etica del costume giornalistico e una corsa tra le banche di Zurigo, disegnare anche un quadro interessante della società e dei costumi svedesi di oggi e di ieri.

L’estate dei libri «pesanti». Il mattone che trionfa in libreria

di Giovanni Pacchiano

Sono un larssoniano della primissima ora. Fa fede la mia recensione al primo romanzo della sua Trilogia «Millennium», Uomini che odiano le donne (Marsilio, pagg. 676), apparsa su queste pagine il 9 dicembre 2007. Sono altresì un larssoniano fanatico: inizi a leggerlo e non te ne puoi staccare un attimo. E ti avvicini alla fine della storia, una storia-fiume, con la sensazione, per niente bella, che, chiuso il libro, non saprai cosa fare della tua vita. Almeno per un po’.
Il fatto è che non succede a me solo. Ho regalato Uomini che odiano le donne a destra e a manca. L’ho consigliato a chiunque mi capitasse a tiro. La reazione è stata unanime. «Cosa farò quando lo avrò finito?», mi ha detto un’amica. E un altro: «È come una droga». Una droga. Tant’è vero che, per non aspettare l’uscita in traduzione degli altri due romanzi, a suo tempo li ho comprati in francese (Actes Sud).
Oggi, Larsson, per via di un frenetico passaparola, rafforzato dall’uscita in italiano del secondo romanzo, La ragazza che giocava con il fuoco(Marsilio, pagg. 754), è diventato un fenomeno mediatico. Merito, certo, dell’ottima costruzione dei suoi romanzi, della continua suspense, dell’attenzione alla psicologia dei personaggi e a un inquieto versante sociale della Svezia che, in molti, non conoscevamo. Ma lo è diventato anche per le caratteristiche dei suoi libri, di immensi romanzi-fiume (sì, come quelli dell’Ottocento: Hugo, Dickens, Collins, Tolstoj). Ciò che lo inserisce in una propensione al romanzo-fiume divenuta oggi una moda. Ma qui si tratta, per buona sorte, non di grossolani polpettoni, ma di romanzi-fiume di qualità. Ce ne sono altri: ad esempio, la serie dei romanzi di Henning Mankell che vedono protagonista il commissario Wallander (Marsilio). Almeno un romanzo di Leif G.W. Persson, /Tra la nostalgia dell’estate e il gelo dell’inverno/ (Marsilio, pagg. 588) che può stare alla pari con Stieg Larsson. E non è necessario radicarsi in Svezia. Pensiamo alla fortuna di un altro romanzo-fiume come il recente /Un cappello pieno di ciliege/ (Rizzoli, pagg. 860) di Oriana Fallaci. O all’americano Gordon Dahlquist con /La setta dei libri blu/ (Bompiani, pagg. 796): un mix rétro tra Wilkie Collins e Arthur Machen.
E veniamo dunque al punto che più ci importa. Perché, oggi, il grande successo dei romanzi-fiume di qualità?
Il protagonista, almeno così crediamo, è un lettore colto. Ha più di quarant’anni (ma può averne anche settanta e passa). È deluso dalla vita pubblica e dal crollo dei valori di un mondo perbene ormai scomparso. Si sente, inoltre, accerchiato dalla cattiva letteratura e prova il bisogno di abbandonarsi a una narrativa totalizzante e chilometrica. Come le grandi letture della sua giovinezza. Sostitutiva della vita? Forse sì, almeno per il non breve tempo della lettura. Paradossalmente, anestetizzante e insieme esaltante. Con una buona dose di regressione: non sono i bambini a divorare un libro, se li appassiona? Come gli antropofagi. E come noi, in questo caso.
Ma non basta: i buoni romanzi-fiume sono, sempre, avvincenti. «Avvincente», cioè qualcosa che ti lega. Sei fatalmente e strettamente legato al tuo libro sino alla conclusione della storia. Alle avventure di Mikael e di Lisbeth (magnifica ultima dei reietti di victorhughiana memoria) nella trilogia di Larsson, come alle peripezie e ai drammi degli antenati di famiglia nell’eccellente romanzo della Fallaci.
Alla fine, purtroppo, sarà il libro a slegarsi da te. Tuo malgrado. L’unica medicina: dimenticarlo; per poterlo rileggere.

L’angelo e il suo doppio/Recensione 1

Scorrono le immagini sullo schermo. Marilyn sorride, manda baci, si lascia adulare dalla folla alla quale, come lei stessa dice, appartiene. Scorrono tutti i suoi molteplici volti. La diva, l’attrice, la moglie (con Joe di Maggio e Arthur Miller), la donna spensierata con i cani o sulla spiaggia. Ad entrare inscena per prima però non è nessuna di quelle versioni che il mondo conoscerà, ma quella rimasta sempre nell’ombra e cioè Norma Jean, la bambina Norma Jean che nello spettacolo del Teatro della Rabbia, come nella realtà, farà sempre più fatica a seguire la scintillante versione che emergerà.Quella che in “L’angelo e il suo doppio” si aggira fra i tavoli, ammicca, gioca, ammalia il pubblico. Marilyn, la bomba sexy. Trattata dai suoi produttori, come dirà lei stessa, come una macchina per far soldi. Nessuno infatti parla alla folla come la bionda incantatrice, ma al contempo nessuno forse è più solo di lei. Come intuirà Arthur Miller. Nessuno porta con sé tanto desiderio di essere amato e al contempo tanta foga autodistruttiva. Quella foga che la piccola, disperata Norma Jean nelle ultime battute dello spettacolo non riesce ad arginare. Ha dialogato a lungo con il suo doppio ricco di lustrini e sensualità, ma l’ha scoperto sempre più distante. Sempre di più, fino a quell’ultima notte. Norma Jean intuisce il pericolo e si aggrappa al telefono per chiedere aiuto, ma Marilyn non lo vuole. A quel punto della sua vita è entrata ormai perfettamente nel suo ultimo ruolo. Una “misfit”, una che non si incastra nella parte, che è fuori posto. Una disadattata come la Roslyn de “Gli spostati” (The Misfits), un ruolo che Arthur Miller, suo marito, studierà appositamente per lei e che sarà l’ultimo. Una Marilyn in mezzo al deserto con tre uomini innamorata di un cowboy che negli anni ’50 cattura cavalli selvaggi destinati, in una frontiera ormai scomparsa con il suo mito, a divenire carne da macello. Sarà l’ultimo ruolo anche per quel cowboy, Clark Gable. Dopo di esso, come ne “L’angelo e il suo doppio”, Norma Jean uscirà definitivamente dallo spettacolo per lasciar spazio a Marilyn che prima di lasciare il proscenio ci guarda un’ultima volta. Consegnandosi al pubblico, a chi la osserva, come se avesse deciso definitivamente di appartenere più a noi che a se stessa.

Stefano Vannucchi