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Il treno di John Cage

Al Mambo  (Museo d’Arte Moderna di Bologna via Don Minzoni 14), fino al 20 luglio vi segnaliamo la  mostra “1978 - Il Treno di John Cage” con fotografie, installazioni, documenti storici sull’evento treno del 1978.  Assolutamente da non perdere.

Nel sito www.iltrenodijohncage.it leggiamo un interessante excursus sull’evento firmato da Oderso Rubini, che vi partecipa attivamente:

Take the Cage Train. Ecco l’idea – fortemente voluta dalla Provincia di Bologna e dalla Regione Emilia-Romagna, con l’adesione e la collaborazione del Comune di Bologna e dei Comuni di Casalecchio di Reno, Sasso Marconi, Marzabotto, Vergato, Riola, Grizzana Morandi, Monzuno, Porretta Terme, che hanno affidato il coordinamento artistico e la progettazione ad AngelicA Festival – per festeggiare una delle più straordinarie esperienze di musica in movimento, nata sotto l’egida del genio di John Cage (ripresa oggi da Massimo Simonini, Oderso Rubini e Alvin Curran), che lasciò ricordi indelebili nella memoria musicale dei tanti testimoni, e che oggi si rimetterà in marcia – come un tempo – da Bologna a Porretta, con alcune soste lungo il percorso.

È giocato così Take the Cage Train, sul filo lunghissimo di un ricordo che attraversa trent’anni per dire che oggi – tra mille difficoltà, entusiasmi smorzati dal ritornello della ‘crisi’ – la musica è più viva che mai: ed è qui che sta il senso del doppio binario (è il caso di dirlo) su cui corre questo ambizioso progetto, che vedrà da un lato un momento dedicato alla memoria di ciò che è stato (con un’esposizione a MAMbo, coproduttore dell’evento, che raccoglierà documenti di ogni sorta, fotografici e audiovisivi) e dall’altro lato una lunga corsa verso ciò che la musica può essere oggi o, forse, domani.Trait d’union sarà ovviamente la figura di Alvin Curran, amico e collaboratore di John Cage, ora in veste di direttore musicale e “compositore” del nuovo treno. 

Ogni tanto il treno si fermava, nelle stazioni previste, trovando ad accoglierlo sempre un pubblico sorprendetemente numeroso e gruppi folk, gruppi rock locali, la banda del paese, gruppi corali, ecc. 

“Allegria e stupore si diffondevano nell’impressione di un Carnevale complessivo, fatto dal rovesciamento dei valori, dell’alto e del basso….

Ogni stazione di sosta diventava occasione per una prova di arte nell’ambiente, nella quale, spariti l’inscatolamento dei partecipanti e del sonoro, questi e quello sceglievano le proprie strade, adescati dal bar o spinti dal vento…

Con la consuta serenità di spirito, John Cage stava insegnando alla gente accorsa nel treno e attorno ad esso che la musica sta solo in parte nella musicalità di chi la produce, ma in gran parte in quella di coloro che ascoltano…”  

Giampiero Cane tratto da “Le Feste Musicali a Bologna” ed. Baskerville

 

Solo un bacio per favore (2007)

Lieve l’ordito di questo piccolo film di Emmanuel Mouret, interpretato dallo stesso Mouret con Virginie Ledoyen, Stefano Accorsi, Julie Gayet, Michaël Cohen, Frédérique Bel, Mélanie Maudran. Una produzione francese dell’anno scorso che costruisce, nell’inseguimento di un bacio sempre rimandato, un racconto morale di sapore rohmeriano, nel quale la sceneggiatura prevale nettamente sui toni smorzati di una recitazione sommessa e accennata, di una fotografia quasi dimessa, di una colonna sonora che non lascia tracce nella memoria. Dialoghi perfetti per una storia di seduzione che passa attraverso il cervello, la mente anticipa i silenzi del corpo, li ripercorre fino a sfinirli e a renderli possibili in una ronde che ricorda Le relazioni pericolose ma senza cattiveria, con l’innocenza stupita dei trentenni parigini che sanno a volte svelare dettagli profondi nell’analisi dei sentimenti, certo più degli ultimi baci nostrani. L’incontro avviene prima nelle parole che nell’azione, come in La notte e il momento di Crébillon fils; ritmi settecenteschi quindi, brio e tanta banalità del male. Non guasta aggiungere che Virginie Ledoyen brilla per la sua interpretazione misurata, giocata di sottotoni, e il nostro Accorsi perde un’altra occasione di dare succo e senso alle sue quattro inquadrature.

In programmazione a Bologna ancora per pochi giorni, da non perdere.

Francesca Migliore

Robert Rauschenberg è morto

E’ morto da poco più di quindici giorni Robert Rauschenberg, esponente della Pop art, che tra neo-dadaismo ed espressionismo astratto ha plasmato l’immaginario artistico americano ed europeo. Nato nel 1925, vissuto perlopiù a New York, l’artista, come osserva Stefano Miliani in un bell’articolo apparso sull’Unità del 14 maggio scorso, ” ha incarnato un’America che incamera tutto e tutto digerisce e restituisce, senza formalismi, democraticamente aperta a tutto: nei suoi quadri finiscono come in un turbine tanto l’immagine della diva alla Monroe, quanto una sedia, la foto della Nasa dell’astronauta sceso sulla luna e il sapiente gesto pittorico, stesure di colori graffiate, foto e serigrafie.” Considerato insieme a Warhol l’emblema della Pop Art, racchiude nella sua opera guizzi di espressionismo astratto alla De Kooning ma può essere inserito anche nel grande gruppo dei neo-dadaisti, perché nei suoi Combines (cioè combinazioni di pittura e oggetti), dipinti che raccolgono un po’ di tutto, è l’artista che come Duchamp decide che cosa è arte, e arte può essere anche l’oggetto di tutti i giorni, isolato dal suo contesto. I prelievi dalla realtà sono distaccati dal tessuto pittorico con un effetto che volutamente urta lo sguardo. Queste opere fanno meditare attorno alla soglia che separa la pittura dall’oggetto, la finzione dalla realtà. Niente di nuovo oggi, ma negli anni ‘50… pura sovversione. “Culturalmente la pittura di R. andava a braccetto con gli anni ‘60 occidentali”-osserva sempre Miliani-”con quella felice turbolenza letteraria, musicale, sociale e giovanile dei Sixties che culminerà e canterà forse il suo canto finale nel raduno di Woodstock. ” Insieme a Jasper Johns, l’artista è conosciuto anche per le sue frequentazioni: John Cage, profeta della nuova musica, affascinato dalla filosofia zen, l’artista Marcel Duchamp, e il ballerino Merce Cunningham, uno dei maggiori esponenti della danza moderna.

L’angelo e il suo doppio/Recensione 1

Scorrono le immagini sullo schermo. Marilyn sorride, manda baci, si lascia adulare dalla folla alla quale, come lei stessa dice, appartiene. Scorrono tutti i suoi molteplici volti. La diva, l’attrice, la moglie (con Joe di Maggio e Arthur Miller), la donna spensierata con i cani o sulla spiaggia. Ad entrare inscena per prima però non è nessuna di quelle versioni che il mondo conoscerà, ma quella rimasta sempre nell’ombra e cioè Norma Jean, la bambina Norma Jean che nello spettacolo del Teatro della Rabbia, come nella realtà, farà sempre più fatica a seguire la scintillante versione che emergerà.Quella che in “L’angelo e il suo doppio” si aggira fra i tavoli, ammicca, gioca, ammalia il pubblico. Marilyn, la bomba sexy. Trattata dai suoi produttori, come dirà lei stessa, come una macchina per far soldi. Nessuno infatti parla alla folla come la bionda incantatrice, ma al contempo nessuno forse è più solo di lei. Come intuirà Arthur Miller. Nessuno porta con sé tanto desiderio di essere amato e al contempo tanta foga autodistruttiva. Quella foga che la piccola, disperata Norma Jean nelle ultime battute dello spettacolo non riesce ad arginare. Ha dialogato a lungo con il suo doppio ricco di lustrini e sensualità, ma l’ha scoperto sempre più distante. Sempre di più, fino a quell’ultima notte. Norma Jean intuisce il pericolo e si aggrappa al telefono per chiedere aiuto, ma Marilyn non lo vuole. A quel punto della sua vita è entrata ormai perfettamente nel suo ultimo ruolo. Una “misfit”, una che non si incastra nella parte, che è fuori posto. Una disadattata come la Roslyn de “Gli spostati” (The Misfits), un ruolo che Arthur Miller, suo marito, studierà appositamente per lei e che sarà l’ultimo. Una Marilyn in mezzo al deserto con tre uomini innamorata di un cowboy che negli anni ’50 cattura cavalli selvaggi destinati, in una frontiera ormai scomparsa con il suo mito, a divenire carne da macello. Sarà l’ultimo ruolo anche per quel cowboy, Clark Gable. Dopo di esso, come ne “L’angelo e il suo doppio”, Norma Jean uscirà definitivamente dallo spettacolo per lasciar spazio a Marilyn che prima di lasciare il proscenio ci guarda un’ultima volta. Consegnandosi al pubblico, a chi la osserva, come se avesse deciso definitivamente di appartenere più a noi che a se stessa.

Stefano Vannucchi



							

L’angelo e il suo doppio, Ricordi di Marilyn Monroe

Vi aspettiamo venerdì 23 maggio alle ore 22 al Circolo Mazzini in Via Emilia Levante, 6 per la replica dello spettacolo L’angelo e il suo doppio, Ricordi di Marilyn Monroe. Ingresso 10 € con consumazione, non è richiesta la tessera ARCI.

Ci vediamo a teatro!!

Rosa di ghiaccio/Recensioni 2


 

“Rosa di ghiaccio”. Candore e dolcezza, freddezza e distanza. In Romy Schneider convivevano opposti a tinte forti. Lo spettacolo, attraverso una ricostruzione fatta di immagini, parti narrate e recitate, cerca di penetrare il mistero di una personalità affascinante e contrastata. Ed ha successo nonostante non conoscendo la biografia e la carriera dell’attrice non sempre sia facile collegare le varie parti. Si ha quasi l’impressione che la recitazione sia una sottolineatura di quello che scorre sullo schermo e viene narrato, che ha la parte preponderante. La brava interprete si fa seguire mostrandoci Romy Schneider in alcuni brani di film mentre passa da felicità a disperazione e disillusione in breve tempo, senza risparmiarsi. Così l’attrice viveva la recitazione e così sembra vivesse le emozioni. “Rosa di ghiaccio” infatti offre uno squarcio prezioso su una donna particolare. Una donna che catturava lo sguardo, come detto da un regista, che ti portava a seguirla con la macchina da presa. Era sufficiente seguirla e osservarla muoversi, catturando quello che comunicava. Allo stesso modo è opportuno seguire lo spettacolo, a partire dalle immagini che vengono mostrate all’inizio dello spettacolo. Lasciare che Romy Schneider ci parli di sé per un breve tratto. Si scopre così una donna di una bellezza rara, magnetica, di cui non ci si può che innamorare, come afferma Ludwig nello scambio con la cugina Sissi nel primo brano recitato di “Rosa di Ghiaccio”, ma anche una donna che incute timore, come ancora il principe bavarese dice ad Elisabetta. In “Ludwig” di Visconti Romy Schneider interpreta forse la Sissi più vicina alla realtà rispetto alla versione zuccherosa della trilogia che al tempo stesso la rese famosa e perseguitata dal ruolo sostenuto. La principessa austriaca precorre i tempi con i suoi slanci ribelli e anticonformisti. E’ una donna che scappa, ma alla luce del sole.
Una donna in fuga da una corte dai rituali opprimenti, dove crescere i propri figli come si desidera non è possibile, e da un marito sempre in divisa e preso dagli affari di stato. Donna in fuga e in cerca sarà anche Romy Schneider. In fuga dal personaggio Sissi e in cerca di ruoli più impegnativi, in fuga da una vita borghese attraverso un atteggiamento hippie (come narra Alain Delon in uno dei brani letti nello spettacolo), in fuga dall’amata Vienna verso Parigi alla ricerca sia della consacrazione professionale sia, come sempre nella sua vita, di amore e accettazione, come dice lei stessa in un altro brano.
A questo proposito, seguendo con lo sguardo le immagini che scorrono sul video all’inizio e alla fine dello spettacolo, sono rimasto colpito da tre foto che con la loro immediatezza a mio modo di vedere parlano di Romy Schneider più di tante cose che sicuramente sono state scritte o dette sul suo conto. La prima ritrae l’attrice che accarezza teneramente il figlio che perderà tragicamente; la seconda la vede abbandonata sul petto di Alain Delon, un grande amore concluso male; l’ultima la vede fissare l’obiettivo con una sigaretta che pende dalla mano sinistra sollevata, tenuta vicino ai capelli. E’ una Romy Schneider invecchiata, dolorosamente vera, che esprime tutta la stanchezza portata dal suo inquieto cammino e da una ricerca di amore frustrata spesso da tragedie violente (il primo marito suicida, il figlio perso in un incidente).
Seguendo “Rosa di ghiaccio” si tocca tutto questo. Si toccano cioè sia la tristezza di Romy Schneider sia la sua fugace felicità, quei momenti che le sfuggivano fra le dita o le venivano negati dal destino. Momenti che l’attrice avrebbe voluto disperatamente, come in un’istantanea, congelare nel tempo.

Stefano Vannucchi



							

Rosa di ghiaccio/Recensioni 1

Il bilancio della serata del 15 maggio al Circolo della Grada è senz’altro positivo, e stiamo raccogliendo testimonianze e recensioni di quanti erano presenti all’evento. Naturalmente ci farebbe piacere ricevere, oltre ai commenti positivi di amici e conoscenti anche qualche critica costruttiva, quindi inviateci le vostre impressioni che saranno pubblicate senza censure.

Qui c’è l’immagine. Riprodotta, piatta, bidimensionale eppure carnale, viva, l’immagine di Romy fotografata al centro dello schermo che è il vortice nero della sua impossibile bellezza, vortice che risucchia occhi e cuore. La mente è indietro, distante. Qui è l’immagine che precede un’immagine a cui segue un’altra immagine, tutte le Romy possibili o solo quelle che possiamo vedere, tutte a negarsi l’una con l’altra, tutte a guardare il vuoto della quarta parete come le lettere trasparenti di un’unica parola: “viva”. Viva e fluente, viva e immobile, viva e negata. Tra le immagini, altre riproduzioni. L’attrice recita Romy che recita chi? La principessa, la ragazza, la donna, la disperata, la folle, la bambina. Riprodotta è qui l’essenza, ciò che non ha principio né fine, ciò che ci porta a ricreare ciò che abbiamo perduto per riperderlo nuovamente, per poterlo cercare daccapo. Negli occhi di Romy, questa volta.

Antonio Koch

Romy, Marilyn, noi…e molto altro ancora

A breve apparirà sul sito www.radionebbia.it l’intervista a Francesca Migliore andata in onda il 15 maggio 2008 alle ore 19 su Radio Nebbia, della quale è stato presentato anche un estratto su Radio Fujiko nel corso della mattinata dello stesso giorno. Inframmezzata da piacevoli scelte musicali, l’intervista traccia un bilancio dell’attività del Teatro della Rabbia degli ultimi tredici anni, e presenta le nuove creazioni. Buon ascolto a tutti!

Matthew e gli altri

 

Sorprende e desta curiosità la carriera teatrale in patria di Matthew Broderick, attore americano conosciuto in Italia come il ragazzino di War Games e il ladruncolo di Lady Hawke. Come si può evincere dalla consultazione del sito www.ibdb.com (sito ufficiale dei teatri di Broadway), il nostro sin dall’età di 21 anni si è distinto per aver vinto il Tony Award come migliore attore drammatico per Brighton beach memoirs, di cui fu interprete per la bellezza di 1324 rappresentazioni. Un altro Tony lo ha vinto nel 1995 come protagonista del musical How to succeed in business without really trying. Solo candidato invece per The Producers, in scena nientemeno che dal 21 marzo 2001 al 22 aprile 2007.

Salta agli occhi la differenza con la situazione italiana, dove cinema, teatro e televisione (leggi fiction) sono spesso caste chiuse come le classi sociali dell’antico Egitto. Tra i tre ambienti ci si guarda con sospetto, spesso un valente attore di teatro che passa alla fiction viene considerato un venduto alle ragioni del mercato, o uno che ha trovato la strada del successo, a seconda del lato da cui lo si guarda. Forse è questa caratteristica da setta scismatica di ogni branca dello spettacolo che ci priva delle fiction interpretate a regola d’arte della BBC, o dei telefilm d’evasione di ottima, americana fattura. Sembra che in Italia da un lato ci siano le ragioni della cultura, dall’altra quelle del mercato. Ed ecco che i teatri si riempiono di improbabili ex-veline o ex-GF, ospitate dal patrio palcoscenico grazie alle personali aderenze con registi ormai in odore di terza età. E qui si torna all’annoso pasoliniano problema: si può fare cultura di massa? Se sì, in che termini? Mentre cerco di rispondere ripenso ai sottili occhi felini di Mariangela Melato in Rebecca la prima moglie, fiction ispirata all’omonimo film di Alfred Hitchcock con Joan Fontaine del 1940. Chissà se la BBC ce lo compra.

 

 

 

Romy Schneider/ 4

Ma è la Francia ad averla adottata a tutti gli effetti: è la prima a ricevere il neonato César come migliore attrice per L’importante è amare di Andrej Zulawski (che lei considerava il suo lavoro più riuscito). E’ diretta da Chabrol, Miller, ma soprattutto è la straordinaria interprete di La morte in diretta di Bertrand Tavernier in cui è una malata terminale che fa riprendere i suoi ultimi giorni da una troupe televisiva. Un ruolo quasi profetico, in quanto solo pochi anni dopo Romy Schneider se ne va. La causa ufficiale è arresto cardiaco, anche se voci insistenti parlano di suicidio a causa di un cocktail micidiale di alcool e sonniferi. L’attrice era infatti molto depressa dopo la perdita del figlio quattordicenne David- Christopher, morto l’anno prima tragicamente. Già nel ‘78 il padre del ragazzo, Harry Meyen, da cui l’attrice si era separata nel ‘75, si era suicidato. Romy lascia la piccola Sarah-Magdalena nata dall’unione con il suo ex segretario Daniel Biasini e il suo nuovo compagno Laurent Pètin e rimane nel cuore dei suoi tantissimi ammiratori come una grande interprete, bellissima e molto sfortunata. Un’icona a cui rendere omaggio come hanno fatto François Ozon in 8 donne e un mistero o Pedro Almodovar con la dedica finale di Tutto su mia madre a lei e alle grandi donne. Un applauso che non può finire mai.

Femme Fatale di Marì Alberione, in Film TV