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La rivincita del calzino spaiato - pensieri sparsi dopo la prima

 

Eccoci qui a tirare le fila della serata del 25 febbraio scorso: ottima affluenza, con la necessità di replicare alle ore 22 perché il numero dei prenotati superava di gran lunga le sedie disponibili; lo spettacolo è filato via senza intoppi con soddisfazione dell’autrice - che per me regista è l’apporto più significativo al buon esito di una performance, e con un’Anita Giovannini, se mi è consentito dirlo, in stato di grazia, mamma precaria deliziosa alle prese con pappe, pannolini e ferri da stiro. Le musiche di Roberto Passuti si sono rivelate assolutamente azzeccate, scintillanti di ironia anche se spesso coperte dagli applausi tra una scena e l’altra.  Con piacere vi linko alcuni commenti a caldo sulla serata pescati qua e là sul web.

http://www.panzallaria.com/category/teatro/

http://santarsiere.blogspot.com/2009/02/panzallaria-show.html

e anche un’intervista radiofonica all’autrice che parla di noi

http://www.radio.rai.it/podcast/A0038708.mp3

Aspetto vostri commenti curiosi e numerosi…

La rivincita del calzino spaiato- pensieri di una mamma precaria, finalmente un blog a teatro

 

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La rivincita del calzino spaiato- pensieri di una mamma precaria

E’ imminente la prima assoluta del monologo brillante di Francesca Sanzo, mamma precaria e blogger d’assalto, conosciutissima sulla rete per le sue esilaranti avventure comico-realistiche. Ecco come lo presenta la stessa autrice.

Questo non è un monologo sulla maternità ma il monologo di una persona che è anche mamma.

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Risate da mangiare- Il Teatro della Rabbia torna il 17 dicembre

Il Teatro della Rabbia torna con

RISATE DA MANGIARE

monologhi brillanti di donne in cucina

testi da Isabel Allende, Jorge Amado,Laura Esquivel, Manuel Vasquez Montalbàn

17 dicembre 2008 ore 21

Sala Pertini, Via Muratori 4/2

(ad.ze Via Andrea Costa- Bologna)Ingresso posto unico 5€ Continue reading ‘Risate da mangiare- Il Teatro della Rabbia torna il 17 dicembre’

Ho qualcosa da dirti - Hanif Kureishi cancella se stesso

 

Convince poco l’ultimo romanzo di Hanif Kureishi, Ho qualcosa da dirti, ed. Bompiani, trad. Ivan Cotroneo.

Lo psicanalista Jamal  è alle prese coi folleggiamenti di una sorella tatuata di mezz’età, Miriam,  e di  una madre che si scopre lesbica a settant’anni, mentre la  ex-moglie  riprende a lavorare dopo una maternità decennale per spendere il suo tempo libero nei club per scambisti. Il suo migliore amico, regista teatrale in crisi, tenta di riscattarsi con una serie di esperienze postadolescenziali, e intanto intreccia una relazione tempestosa con Miriam mentre il dottore delle anime viene risucchiato in un vortice di beghe familiari da dopo divorzio. Questo il quadro complesso e sfaccettato che movimenta lo scenario, la Londra contemporanea, ambientazione fitta di richiami culturali alla Match Point: ed è qui che il protagonista ritrova una ragazza anglo indiana un tempo amata e svanita nel nulla, e l’ombra di un omicidio commesso e rimasto impunito che insidia il suo grigio presente. Un pasticcio inconsistente, poco realistico, che fa da sfondo ad un tema interessante, il solito passato che ritorna, trattato come sempre da questo autore con sguardo lucido, disincantato e penetrante, ma che non lo porta da nessuna parte.

Peccato, mi aspettavo di più dall’autore di Intimacy. Solo per appassionati di Kureishi.

Due articoli su Stieg Larsson

 

Continuo la mia opera di proselitismo pubblicando due articoli sull’autore della trilogia Millennium.

 

La trilogia noir dell’hacker buona, di Irene Bignardi
(24 nov 2007)
Dopo la lettura di questo nerissimo noir, almeno una convinzione si radica nel lettore: addio privacy. Viviamo in un mondo in cui tutti i nostri dati sono a disposizione di qualsiasi hacker di alta qualità e dei loro committenti, le indagini si fanno davanti alle schermate di un computer, dallo schermo di un computer si fanno e si disfano fortune. Ma non solo: di tutto quello che facciamo, in un mondo documentato da infinite forme di registrazione dei dati, resta una traccia. Basta che ci sia chi vuole vederle, un po’ alla maniera di Blow up.

Fortunatamente, in questo romanzo “Uomini che odiano le donne”, che è stato un caso editoriale in Svezia e che è il primo di una trilogia scritta da un autore purtroppo scomparso prematuramente, lo hacker in realtà è una hacker, molto tatuata, molto magra, molto carina, molto ribelle, e lavora per la causa dei buoni, anzi del buono: un giornalista economico momentaneamente in disgrazia che, per incarico di uno importante industriale, sta cercando la verità sul caso di sua nipote, scomparsa misteriosamente trent’anni prima.

Siamo in Svezia, e la ragazza apparteneva a una di quelle grandi cupe ricche famiglie piene di pieghe e di misteri che il cinema scandinavo ci ha così spesso raccontato. Ma qui, tra i Vanger, la grande dinastia industriale in crisi, i padroni di una intera regione, gli intrecci e i silenzi sono carichi di innominabili orrori nascosti che solo Mikael Blomkvist con l’aiuto della giovane hacker Lisbeth Salander (li ritroveremo nelle altre due puntate della trilogia, certamente in arrivo) riuscirà a scoperchiare. Fino a un certo punto: perché anche il dovere di dire la verità, ci dice Larsson, ha dei limiti in altri diritti, e nei diritti degli altri. E il suo thriller, troppo ricco ma sempre appassionante, tra una discussione sull’etica del costume giornalistico e una corsa tra le banche di Zurigo, disegnare anche un quadro interessante della società e dei costumi svedesi di oggi e di ieri.

L’estate dei libri «pesanti». Il mattone che trionfa in libreria

di Giovanni Pacchiano

Sono un larssoniano della primissima ora. Fa fede la mia recensione al primo romanzo della sua Trilogia «Millennium», Uomini che odiano le donne (Marsilio, pagg. 676), apparsa su queste pagine il 9 dicembre 2007. Sono altresì un larssoniano fanatico: inizi a leggerlo e non te ne puoi staccare un attimo. E ti avvicini alla fine della storia, una storia-fiume, con la sensazione, per niente bella, che, chiuso il libro, non saprai cosa fare della tua vita. Almeno per un po’.
Il fatto è che non succede a me solo. Ho regalato Uomini che odiano le donne a destra e a manca. L’ho consigliato a chiunque mi capitasse a tiro. La reazione è stata unanime. «Cosa farò quando lo avrò finito?», mi ha detto un’amica. E un altro: «È come una droga». Una droga. Tant’è vero che, per non aspettare l’uscita in traduzione degli altri due romanzi, a suo tempo li ho comprati in francese (Actes Sud).
Oggi, Larsson, per via di un frenetico passaparola, rafforzato dall’uscita in italiano del secondo romanzo, La ragazza che giocava con il fuoco(Marsilio, pagg. 754), è diventato un fenomeno mediatico. Merito, certo, dell’ottima costruzione dei suoi romanzi, della continua suspense, dell’attenzione alla psicologia dei personaggi e a un inquieto versante sociale della Svezia che, in molti, non conoscevamo. Ma lo è diventato anche per le caratteristiche dei suoi libri, di immensi romanzi-fiume (sì, come quelli dell’Ottocento: Hugo, Dickens, Collins, Tolstoj). Ciò che lo inserisce in una propensione al romanzo-fiume divenuta oggi una moda. Ma qui si tratta, per buona sorte, non di grossolani polpettoni, ma di romanzi-fiume di qualità. Ce ne sono altri: ad esempio, la serie dei romanzi di Henning Mankell che vedono protagonista il commissario Wallander (Marsilio). Almeno un romanzo di Leif G.W. Persson, /Tra la nostalgia dell’estate e il gelo dell’inverno/ (Marsilio, pagg. 588) che può stare alla pari con Stieg Larsson. E non è necessario radicarsi in Svezia. Pensiamo alla fortuna di un altro romanzo-fiume come il recente /Un cappello pieno di ciliege/ (Rizzoli, pagg. 860) di Oriana Fallaci. O all’americano Gordon Dahlquist con /La setta dei libri blu/ (Bompiani, pagg. 796): un mix rétro tra Wilkie Collins e Arthur Machen.
E veniamo dunque al punto che più ci importa. Perché, oggi, il grande successo dei romanzi-fiume di qualità?
Il protagonista, almeno così crediamo, è un lettore colto. Ha più di quarant’anni (ma può averne anche settanta e passa). È deluso dalla vita pubblica e dal crollo dei valori di un mondo perbene ormai scomparso. Si sente, inoltre, accerchiato dalla cattiva letteratura e prova il bisogno di abbandonarsi a una narrativa totalizzante e chilometrica. Come le grandi letture della sua giovinezza. Sostitutiva della vita? Forse sì, almeno per il non breve tempo della lettura. Paradossalmente, anestetizzante e insieme esaltante. Con una buona dose di regressione: non sono i bambini a divorare un libro, se li appassiona? Come gli antropofagi. E come noi, in questo caso.
Ma non basta: i buoni romanzi-fiume sono, sempre, avvincenti. «Avvincente», cioè qualcosa che ti lega. Sei fatalmente e strettamente legato al tuo libro sino alla conclusione della storia. Alle avventure di Mikael e di Lisbeth (magnifica ultima dei reietti di victorhughiana memoria) nella trilogia di Larsson, come alle peripezie e ai drammi degli antenati di famiglia nell’eccellente romanzo della Fallaci.
Alla fine, purtroppo, sarà il libro a slegarsi da te. Tuo malgrado. L’unica medicina: dimenticarlo; per poterlo rileggere.

Le vite degli altri - quando la televisione non annoia

E’ ormai in conclusione un interessante programma trasmesso su La7. “Le vite degli altri”, in 60 puntate e 12 settimane di programmazione, sperimenta alle 11 e mezza del mattino un genere televisivo abbastanza collaudato in tv, quello della biografia televisiva, con sfumature analitiche molto interessanti.

Il programma è condotto dalla 39enne un po’ plastificata ma lucida Tiziana Panella, ex giornalista Rai. Ogni giorno, un personaggio poco scottante ma di grande interesse viene raccontato nelle tappe della carriera e di vita insieme ad un ospite in studio competente per passione, lavoro o identico mestiere. Per commentare e approfondire con intelligenza l’uomo prima ancora che il personaggio pubblico.

Niente gossip ad effetto, solo fatti di vita privata e lavorativa raccontati con garbo e senza clamori, che diventano spunto per una riflessione più ampia dai connotati quasi sociologici. Per esempio la vita controversa dell’attore Sean Penn diventa pretesto per parlare in studio con Monica Guerritore di oppressione dei media, le intenzioni che si celano dietro le missioni umanitarie dei vip e le tecniche attoriali adottate per interpretare ruoli complessi e di grande impatto sociale. Non tutte le puntate lasciano il segno, vi segnalo quella su Jackson Pollock tra le altre. Interessanti quelle su Drew Barrymore e Jodie Foster, degne di nota anche quelle su Andy Warhol e Sharon Tate. Da scaricare e rivedere.


Maeve Brennan e l’equilibrio del racconto di ghiaccio

Maeve Brennan (1917 – 1993) è l’autrice del romanzo La visitatrice, presentato negli Scrittori Contemporanei Original della BUR nel 2005. Una vera scoperta letteraria. Nata a Dublino, ha vissuto fin dall’adolescenza negli Stati Uniti. Bellissima e inquieta, ha pubblicato sul “New Yorker” racconti tra i più ammirati della sua epoca, prima di perdersi in anni di solitudine e depressione. Incapace di vivere in una casa, si trascinava da un albergo all’altro, smarrita in una scia di eccentrici lussi e di insolite consuetudini. La visitatrice è un romanzo breve (o piuttosto, per la sua struttura, un racconto lungo) . La ventenne Anastasia, orfana di entrambi i genitori, torna nella Dublino della sua infanzia. La aspetta la nonna, consacrata all’ossessiva memoria del passato, chiusa in un dolore freddo, ancora incapace di perdonare Anastasia che aveva scelto, alla separazione dei genitori, di seguire la mamma a Parigi. In equilibrio tra amore distorto e amore respinto, crudeltà delle situazioni e tersa limpidezza dei dialoghi, si dispiega tra le due donne un duello di sentimenti tanto intensi quanto controllati, che si snoda fino a un epilogo malinconicamente inatteso, una svolta orchestrata con spietata eleganza. Della raccolta di racconti Il principio dell’amore vi segnalo uno scrittura di straordinaria limpidezza. Personalmente credo che il suo capolavoro, equilibrato e spietato sia Storie africane ma mi dicono che ha certamente risvolti interessanti sul piano psicologico ma anche narrativo. Mariti e mogli prigionieri in matrimoni dove l’amore è assottigliato e sciupato, ma non esausto, abitati da ricordi gioiosi e da strane solitudini, vittime di ossessioni sottili, in fuga – solo immaginaria – dalle regole di una riservatezza che scivola in sofferenza. In sei racconti implacabili, che parlano di disamore, di gesti marmorizzati nell’abitudine, di desiderio struggente di felicità, Maeve Brennan sorprende, raggela e incanta.

Questi racconti spietati sono ammirevoli per l’abilità di suggerire qualcosa di devastante in una frase apparentemente innocua, e per le descrizioni, quasi cliniche, dei processi mentali. William Maxwell

Una scrittrice formidabile. Costantemente all’erta, l’occhio acuto come un passero, attenta a cogliere le briciole, i bisbigli, i dettagli della realtà. John Updike

Una buona lettura sul declino dell’estate, e questa volta la raffinatezza della forma soffoca piacevolmente il lento andamento del plot. Imperdibile.

Stieg Larsson e la Trilogia di Millenium - elogio del noir à la suédoise

 

 

Mezzo milione di copie vendute per il primo volume, 350.000 per il secondo e 200.000 per il terzo svaniscono dagli scaffali in pochi giorni: per la Svezia, paese di 9 milioni di abitanti, queste cifre colpiscono. Tradotto in Danimarca, Norvegia, Francia, Paesi Bassi, Inghilterra, Millenium trionfa in tutto il Nord Europa prima di approdare in Italia (editi da Marsilio i primi due volumi Uomini che odiano le donne e La ragazza che giocava col fuoco. Di prossima pubblicazione il terzo). La leggenda nasce dalla tragica fine del suo autore, giornalista d’assalto, antinazista nato nel 1954, colpito da numerose minacce di morte per la sua decisa azione informativa contro l’estremismo di destra, rinascente nella Svezia contemporanea. Larsson muore per un attacco di cuore poco dopo aver affidato al suo editore la trilogia, (ma si favoleggia anche di un quarto volume), che viene data alle stampe senza nessuna strategia di marketing, riservata inizialmente ad un pubblico di nicchia. Invece la storia fa la sua strada, e il poliziesco in salsa svedese piace molto, zeppo com’è di colpi di scena, violenza, criminalità, politica e sesso estremo - ma anche una sana tendenza al trionfo del bene, alla difesa degli oppressi, che tiene l’autore e i suoi protagonisti ben lontani dall’accusa di relativismo etico. Mikael Blomkvist e Lisbeth Salander. Lui giornalista d’inchiesta, palesemente un alter ego dell’autore, perspicace, lavoratore indefesso, uomo di saldi principi, ma anche fascinoso e molto corteggiato, lei la vergine di Norimberga, il personaggio meglio riuscito degli ultimi dieci anni, inquietante ragazza tatuata con spiccate doti di hacker, misteriosa, inquietante, gotica in altre parole. I due individui sono risucchiati in una rete di avvenimenti da districare che vanno dalla droga, alla prostituzione, alle imprese di un serial killer, per poi sfiorare i servizi segreti, le lobby economiche , il mondo della pischiatria e lo spionaggio. Tutto ciò inserito in una tela quotidiana di supermercati di quartiere, docce di mezzanotte, cene di Natale in famiglia e acquisti ai grandi magazzini; insomma un ritratto completo della nostra società, ma soprattutto un imperdibile lettura di pura evasione, mai scontata e soprattutto, finalmente, europea a tutti gli effetti. Un ultimo consiglio: non iniziate la lettura una domenica sera…potreste ritrovarvi ad appoggiare il libro sul comodino alle sei del mattino dopo e andare direttamente in ufficio!

 
 

In Our World. New Photograpy in Britain (Galleria Civica di Modena)

Sempre per chi abbia voglia di addentrarsi nel pensiero e nella sensibilità della generazione dei trentenni, vi segnalo fino al 13 luglio alla Galleria Civica di Modena la mostra In Our World. New Photograpy in Britain, a cura di Filippo Maggia.

Organizzata e prodotta dalla Galleria Civica di Modena e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena la rassegna collettiva è stata realizzata in collaborazione con il Royal College of Art di Londra e presenta le ricerche di 18 artisti che nel corso dell’ultimo decennio hanno frequentato il Master di Fotografia presso la prestigiosa istituzione inglese, luogo per eccellenza della formazione in Europa riguardo alla fotografia e all’arte visiva in genere.

Gli artisti presenti in mostra arrivano da varie parti del mondo sono Becky Beasley (1975, Gran Bretagna), Bianca Brunner (1974, Chur, Svizzera), Lisa Castagner (1975, Irlanda del Nord), Simon Cunningham, Annabel Elgar (1971, Aldershot, Gran Bretagna), Anne Hardy (1970, Londra), Lucy Levene (1978, Londra), Gareth McConnell (1972, Irlanda del Nord), Brígida Mendes (1977, Tomar, Portogallo), Suzanne Mooney (1976, Irlanda), Melissa Moore (1978, Nottingham), Harold Offeh (1977, Accra, Ghana), Kirk Palmer (1971, Northampton, Gran Bretagna), Sarah Pickering (1972, Durham City, Gran Bretagna), Sophy Rickett (1970, Londra), Esther Teichmann (1980, Karlsruhe, Germania), Heiko Tiemann (1968, Bad Oeynhausen, Germania), Danny Treacy (1975, Manchester).

In mostra fotografie, video e film: una pluralità di mezzi espressivi e un numero di opere sufficiente a far comprendere il singolo percorso di ogni artista.

In Our World offre una visione attuale ed estremamente contemporanea della ricerca fotografica in Inghilterra.
La presenza di autori provenienti da diverse nazioni (Germania, Portogallo, Stati Uniti, Svizzera, Irlanda ecc.) ma da tempo residenti a Londra, conferma il ruolo primario oggi rappresentato nell’arte contemporanea dalla capitale del Regno Unito, e, in particolare, dal Royal College of Art, divenuto, come si diceva, un nuovo punto di riferimento.
Anche se non si può definire con precisione una corrente o una tendenza dominante che caratterizzi il percorso espositivo, tutti gli autori presenti in mostra hanno in comune una forte condivisione con il mondo che li circonda.
Non limitandosi a rappresentarlo essi, in un certo senso, fanno da filtro, per darne una nuova e personale interpretazione, trasformando, inventando, assemblando pezzi di realtà tangibile, altre volte raccontando in prima persona (in alcuni casi proponendosi direttamente come protagonisti dell’opera) il proprio rapporto con la vita e la società.
Pur trattandosi di esperienze personali, in alcuni casi molto differenti l’una dall’altra, si avverte una malinconia comune, un sentimento del tempo presente vissuto fino in fondo, lucidamente affrontato e ricomposto attraverso le immagini.
Altra caratteristica comune a molti di loro è la ricostruzione di precise situazioni ove l’atto fotografico delimita e riconsidera una nuova realtà nelle sue proporzioni, relazioni interne, significati multipli che la lettura del fotografo ha voluto dare attraverso uno sguardo regionato e selettivo.

Da segnalare nell’ammezzato del palazzo Santa Margherita l’interessante installazione di Gilda Scaglioni intitolata 37 gradi, nella quale l’artista, nata nel ‘77, si confronta con le complesse relazioni che girano intorno all’idea di maternità. Assolutamente toccante e perturbante.

Allestita a Palazzo Santa Margherita, in corso Canalgrande 103 a Modena fino al prossimo 13 luglio, ingresso libero.